Leonis Minifest di Ripatransone: In attesa che torni tra noi Van Gogh

Leonis Minifest di Ripatransone

Breve riflessione e cronaca intorno alle serate del Leonis Minifest di Ripatransone

Un cortile a cinquecento metri sul mare, un retrobottega di una minima locanda, una nicchia ricavata miracolosamente tra le mura e le colline ripane, una luna quasi ubriaca, quindici sedie arancioni impagliate, sottratte a un quadro di Van Gogh, ognuna con il suo profilo addormentato, la testa ciondolante. Si aggiunga del buon vino, robusto e vellutato, si chiama Cabiano, forse un modo di evocare il mare, quello poi non così lontano, presente nella brezza che soffia e nell’orizzonte che screma ad oriente.

E poi un palco retrò, di quelli essenziali, tre tavole in croce magari rubate, un faro accecante dell’Enel a far luce, e l’improvvisazione che talvolta, ed è questo il caso, è sinonimo di genuinità e purezza. In questa dimensione sospesa che nulla ha a che vedere con l’Olimpo, in questa terra di mezzo, in questa cuccia tra il mare e il cielo, si è svolto, in due serate, il secondo Leonis Minifest, piccolo e non pretestuoso festival di poesia voluto e progettato dall’amico Marco Di Pasquale. La prima serata ha visto intervenire in un confronto sereno e proficuo, moderato dal critico Manuel Caprari, i poeti Alessio Alessandrini, Rino Cavasino e Lucilio Santoni, in rigoroso ordine alfabetico.

Sarà stato l’effetto del Cabiano, sarà stato il fresco inaspettato, molto latitante da queste parti, ma il tutto è scivolato via in modo amabile, un aggettivo che meglio non si può accostare al luogo stesso. Sono stati letti alcuni versi ma, in particolare, si è aperto un breve ma intenso e franco confronto sul valore della poesia, oggi, sul senso della traduzione, sul tema del linguaggio. Particolarmente apprezzato l’intervento di Rino Cavasino, nato a Trapani ma residente a Firenze, cha ha offerto al pubblico la lettura di alcuni testi in siciliano, la lingua materna è per Rino la lingua altrui, un modo per guardare oltre il limitato cerchio della propria esperienza, un modo per far assurgere la poesia a qualcosa di empatico. Lingua, sesso e morte, sono, invece, per Lucilio Santoni, i temi, anzi, i vuoti, con cui deve fare i conti il poeta e entro i quali si dipana la voce del linguaggio poetico.

Ossessione e vocazione al non detto, alla suggestione, queste le caratteristiche della poesia per Alessio Alessandrini. Manuel Caprari abilmente è riuscito a trovare un legame tra queste esperienze di scrittura davvero differenti, ossia il continuo riferimento, nei testi degli intervenuti, al corpo e alla sua funzione fosse quella puramente estetica, fosse quella legata all’istinto, fosse quella che richiama la riproduzione. Nella stessa cornice di sospensione, si è svolta il giorno successivo, giovedì 22 luglio, la presentazione del libro di Francesco Scarabicchi, L’ora felice, recentemente edito dalla Donzelli casa editrice romana. Il lungo colloquio tra il poeta anconetano e Marco Di Paquale è scivolato giù lento e amabile, proprio come il Cabiano, per più di un’ora inframmezzato da letture e considerazioni di elevato contenuto prima di tutto umano e , poi, poetico. Sono risuonati i nomi immortali di Gatto, Luzi, Caproni, ma anche quelli di Arpino, Klee, Scataglini, Villon, De Andrè.

La poesia di Scarabicchi fortemente legata alle cose, a quella che Marco Di Paquale ha definito, giustamente, la “geografia del vissuto”, ha come primaria vocazione quella di nominare per rendere proprio l’incontro con esse, ma anche con i luoghi, con le persone. Trovare il giusto equilibrio tra incontro e separazione, tra “la febbre e il chiaro giorno” (che è poi il titolo di una delle poesie più intense della raccolta), sapere trattenere il gusto “dell’ora felice” come diceva P. Klee, la percezione della pienezza dell’ora passata. Un cantico della perdita ma non della afflizione, un canto per trattenere le “cime della gioia” senza l’illusione della nostalgia né la “disperazione senza sgomento”, perché la poesia, dichiara convincente il poeta anconetano, non potrà mai essere contro la vita.

E mentre scivolano giù le parole, ubriacando i quindici spettri di Van Gogh, che ormai leggeri come palloncini sembrano lievitare e rincorrere la luna, ecco la discussione toccare altri, alti, argomenti: l’arte e la pittura nelle Marche, lo stupore di fronte a un quadro e, poi, il significato dell’amore e quello del segreto, il senso del dolore e quello del passato che è qualcosa di intangibile e quindi vano, impossibile da recuperare. Una pluralità di sensazioni e emozioni, con dentro la forza di sapere che di lezioni come queste nella vita se ne ascolteranno ben poche. “Leggere, conoscere, acquisire competenze “, conclude Francesco Scarabicchi prima del lungo applauso, “sono fondamentali se si vuol diventare veri poeti, e ricordare, come fosse un ammonimento, che scrivere è un atto di libertà, civiltà, democrazia”. E quando è tutto finito la convinzione nel cuore di aver trascorso davvero un paio d’ore nell’ora felice.

Un commento

  • Marco Di Pasquale scrive:

    Il mio personale ringraziamento va a tutti coloro che hanno contribuito con le loro parole, con la forza delle idee ed il sorriso nello sguardo, a queste due serate che vogliono raccogliere esperienze di poesia e confrontarle, oltrepassando le differenze e tentando un dialogo assiduo e proficuo tra chi scrive. Non secondaria, la volontà ferrea che queste conversazioni affidate al vento ripano non si disperdano e continuino ad agitarsi negli animi degli spettatori, inducendo alla lettura, all’appassionarsi alla poesia, strumento mai più vitale, essenziale nella nostra vita, che adesso.
    Ancora grazie, grazie infinite.

    mdp

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