Tino Biselli, mostra personale a Urbino

Tino Biselli, mostra personale a Urbino

Urbino ospita una  mostra personale di Tino Biselli nella prestigiosa sede del Collegio Raffaello, dal 29 luglio al 12 agosto 2010

Studi e formazione alla (e nella) Scuola del Libro, l’urbinate Tino (Augusto) Biselli, da anni residente a Oristano in Sardegna, espone nella sua città, sotto il titolo <<Informale e astratto nel “personale” figurativismo>>, opere recenti e recentissime.

Torna a Urbino dopo cinque anni, ricco peraltro nella sua carriera (a cominciare dal 1963) di esperienze espositive nelle maggiori città italiane, in centri italiani di richiamo e proposta, e all’estero (Berlino, Vienna).

L’astratto che sembra prevalere, il figurativo che emerge quasi traccia onirica o memoriale dal fondo, i paesaggi da individuare nella dinamica cromatica dell’impasto materico (vernice, sabbia, terra), offrono il senso di una pittura catturabile non al primo istante ma nella attenzione riflessiva, dopo l’emozione dell’impatto.

Di molta suggestione i paesaggi, risalenti dal colore che li disegna, e altri quadri. Tra questi un notturno, una tutta soggettiva ”origine del mondo” (alla Courbet, per intenderci) come fuoco e pathos. E una figura di donna che, scelta tecnica adottata in tutta l’ultima produzione di Tino Biselli, esce da un fondo-foglio metallizzato, per così dire stropicciato, accartocciato e di nuovo disteso, su cui “vagano” altri colori e si imprime la tavolozza dell’artista, i verdi, i rossi, i blu-azzurri, i bianchi, a volte mescidati in apparenza, a volte distintamente campiti.

<<La ricerca dell’artista persegue e insiste, mai a caso, tra esplosioni improvvise ed espressioni di eterogeneità nella tecnica e nel rifugio interiore>>: così Cristiana Loddo nella presentazione, in cui si fa riferimento, prima molla di Biselli, a principi surrealisti, a componimenti futuristi, ad una immersione in certe correnti (o autori) del novecento artistico.

L’artista le reinterpreta, le fa proprie con una sensibilità, un estro, un impeto cioè, che non esclude razionalità. E che insiste sull’inquietudine del colore a sottolineare una non composta uniformità esistenziale. Anzi, una improbabile armonia del vivere.

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