Una poesia per la ricorrenza del 9 dicembre

NOVEDICEMBRE

Fu come un’intesa dell’aria all’aria
dal mare alle colline
segreta e turbolenta,una scintilla
di tramonto appena liquefatto
nel calore decembrino. Qualcuno
- deciso nel suo passo -
raccolse scaglie di sole ancor freddo
ancor debole
per le tempeste passate dalla terra sul cielo,
e le gettò agli anni
alla rovescia
senza crescita o agonia o lacrime compromesse
dalla razza adulta: un fanciullo
senza riposo
con gli stami degli occhi tremolati nel vento
cantò dentro
la vita.

Incenerì le colline un fiato denso
lamentoso, alzò il mare le molecole
fino alla sparsa notte dei suoi spazi e rapì
gli occhi
un frammento taciuto nella profondità del sangue:
colmo grano inesploso in un solo abisso
maturo, memoria interstiziale
giunta da fresche battaglie senza sterminio.
Qui raccolsi gli atomi
del mio doppio rinascere, perchè tutto cadde
dalla terra in poi
con vertigine oscura di metallo a spirale.

Non uomo ancora
ma metà sangue e metà umore
uscivo dal plenilunio squamoso, alla terribile forza
che in alto mi spingeva da persistenze
radicali
come rubato eucalipto, improvvisa crescita
irresistibile. Spalancato
mi sorprendevo alla misura della mia essenza
nello spazio che incominciò a negarmi
perché toccassi, dopo la mia vanità,
un deserto di poca pena.

Oh geometria dei giorni,
oh fiato dell’anima ancora solitaria
nel mondo distante, nel cielo sostituito
dalla forma ordinata del nulla !

È possibile toccare le ragioni che asciugarono
il mio essere
in molti silenzi, e le canfore che rampicarono
con aeree mani
ad una febbre senza tregua,
forse d’improvviso. Vado in un segno
come carcere
confuso a chi vorrebbe sconvolgere una vendetta
che conosco sicura. E pesa
la mia preghiera senza verità.

L’incendio
ritessé l’aria da chiuso letargo
ed il vento apri con sudore
le case discinte nell’umida energia
della sera. Fu felicità
nuova: i volti
sventolarono avidi le cicatrici del silenzio
dove sonora
in fremiti ineguali solleciti
s’aprì una sferza di stridori
perdutamente gettati. Un giorno profugo
raccolse
la mia fuga divisa.

Di ognuno, forse senza commozione,
resiste un odore, un fervore
accumulato, una quantità protetta
che si moltiplica interminabile
nella consumazione. Accade di crescere
una materia vorticosa
in cui gli anni entrano con atroce infinito,
un guscio
come una sorda campana, un agguato
per uscire nuovo
dal desiderio dimenticato
senza vestire
l’acqua dolce e spezzata del tempo.

Attraverso la notte
mi ferì
la luna
con tutto il suo amaro,
e
sino al sonoro del cuore
moltiplicò improvvise
le ore,
tra gli alberi che fumano l’incendio
covato nelle loro ossa.

Un commento

Lascia un Commento

Prima di inserire il tuo commento verifica che sia attinente all'articolo e non abbia fini pubblicitari.
Tutti i commenti sono preventivamente moderati dalla nostra redazione.