Alla scoperta delle Marche, tra paesaggi naturali e artistici

“Le Marche sono un paese di collina e vogliono la vista scoperta da tutti i lati.” E’ Vincenzo Cardarelli nel “Viaggio nelle Marche” (Il cielo sulle città del ’39 per Bompiani) in cui si toccano, nella tensione trasparente della sua prosa asciutta, i sensi di un’esperienza che la regione offre, in ognuna delle quattro province, ieri come oggi, pur nelle trasformazioni che hanno raggiunto ogni luogo, modificato il paesaggio, talvolta annullato la pace di un borgo. La luce che le contiene è una luce plurale come l’identità della regione, tra poesia e prosa, tra musica e pittura, tra scultura e fotografia, tra geografia e storia.

Se Carlo Bo individuava, molti anni fa, nelle Marche, “un’isola di poesia nel cuore dell’Italia” e da quel reame urbinate dettava le coordinate d’un panorama delle arti fitto di identità e tradizione, oggi la scena conferma e smentisce le cose. Da Pergolesi a Leopardi, da Rossini a De Carolis, da Fazzini a Volponi, da Bigiaretti a Bucci, a Scipione, a Tombari, a Scataglini, si aprono vie che conducono a Jesi, a Recanati, a Pesaro, A Montefiore dell’Aso, a Grottammare, a Urbino, a Matelica, a Fossombrone, a Macerata, a Riso Salso, ad Ancona, tanto per offrire alcune mappe di orientamento che possono proseguire con la Morro d’Alba di Cucchi e lo Sferisterio, con Corrado Cagli e Ivo Pannaggi, con Edgardo Mannucci e Giacomelli, con Gino De Dominicis e Luigi Bartolini, con l’Arcevia e la Fano di Luciano Anselmi e la Fabriano di Gentile, con la Urbs Salvia di Valeriano Trubbiani e gli universi di Luciano De Vita, fra tradizione, contemporaneità e Quattrocento, seguendo anche i percorsi che un suggeritore illustre, Federico Zeri, ha tracciato in un’opera di assoluta bellezza di forme e di senso, quel Diario marchigiano che racchiude pagine dal ’48 al ’97, quando girò la regione per una ricognizione delle opere salvate dal terremoto.

Le Marche sono la terra di un’intelligenza sensibile che conosce l’assoluto rigore della bellezza, ma sono anche il panorama sfregiato dagli appalti e dall’insensatezza politica e amministrativa, tra tutela e scempio, in qualche modo, tra difesa e offesa. La Monte Vidon Corrado di Osvaldo Licini cozza con certe indefinibili piazze impossibili come la letterale bestemmia di viadotti, tangenziali, bretelle e quartieri che hanno mutato per sempre il profilo o il volto di città e paesi di una regione che, in gran parte, ha conservato, dentro le mura, il passo delle epoche, l’antico aggredito da parcheggi e auto davvero impensabili tra le vie medioevali. “Il sito del paese perfetto e buono a canto la marina e sopra un fiume”, secondo Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini e Fano e del Vicariato di Mondavio nella metà del secolo XV, consapevole coscienza del proprio risiedere, fra il “tremolar della marina” e l’aquila reale, tra una chiesa romanica e le Logge di Sisto V sul Paese Alto di Grottammare, tra l’Esino e il balcone di pietra che guarda le cime della Sibilla a Montefalcone Appennino, di fronte all’azzurro dei monti leopardiani, “sovra campagne inargentate ed acque”, dentro il nuovo umanesimo tutto da pensare.

Un commento

  • Cristina scrive:

    Una visione aerea, panoramica, che abbraccia con un solo prodigioso battito d’ali tutta una Regione, con i suoi mali e i suoi valori autentici. Grazie

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