Grottammare. Michele Cascella alla Galleria Opus

Grottammare. Michele Cascella alla Galleria Opus

La Galleria “Opus” di Grottammare conclude il suo primo anno di presenza nel territorio proponendo, dopo Salvatore Emblema e Mario Schifano, la lezione pittorica di un altro grande maestro del ‘900: Michele Cascella (Ortona 1892 – Milano 1989).

Undici oli, uno degli anni ‘40 e gli altri degli anni ‘80 , sulla tematica paesaggistico-floreale che rappresenta il leitmotiv della produzione cascelliana, riescono ad offrirci una adeguata lettura di un autore spesso inviso alla critica ufficiale e alle avanguardie che hanno percorso il Novecento. Eppure ebbe tra i più grandi amici ed estimatori artisti come Carlo Carrà e Giorgio De Chirico. Il primo, dichiarandone una profonda conoscenza umana ed artistica, ne difese su “L’Ambrosiano” del 28 dicembre 1925: «l’indole romantica che tende ad un ordine che è prevalentemente, se non essenzialmente, naturalistico»; il secondo, che condivide con Cascella l’opposizione ad ogni esasperazione avanguardistica e la difesa dell’arte intesa come mestiere, in un ritratto con dedica del 1950, carica lo sguardo del nostro di una visionarietà solare, quasi estatica, riuscendo a dichiararne tutta la sua forte intimità .

Già nel 1909, a soli sedici anni era approdato a Parigi, in un momento cruciale per la cultura e per l’arte contemporanea: Marinetti edisce su “Le Figaro” Il manifesto del Futurismo, Matisse dipinge La danse, Picasso approda al Cubismo. Ma Cascella non cede alle lusinghe teoretiche nuove. In lui rimane fondamentale l’insegnamento ricevuto dal padre Basilio tra autori rinascimentali (Leonardo, Pisanello, Botticelli) e l’amore per il paesaggio e la natura indagati en plein air; come il fascino per i pastelli,

che si tradurrà nella lievitante leggerezza dei colori al olio. Quando Cascella espone nel 1930 ventotto opere alla ”Gallerie Georges Petit” esce una recensione su “Il Piccolo della sera” di Trieste, a firma Camillo, che sottolinea:« Non c’è nessuna stranezza “d’avanguardia , nessun “enigma futuristico”, nessuna Babele cubistica” ; ma un’arte bella, fresca, pura, dominata da un impeto selvaggio d’ispirazione, e servita da una tecnica magistrale». Questa sua fedeltà non implica il disconoscimento di ciò che culturalmente fermenta nel campo artistico, ma indica piuttosto la volontà di seguire un percorso tutto suo. Illuminante a tale proposito è un testo polemico di Cascella che appare sul catalogo della mostra alla Galleria Michelangelo di Firenze nel 1947:« Il mio mondo interiore è mio, lo difendo ed ho il coraggio della sincerità senza camuffare difetti o lacune; anzi sento di dover superare ben altre difficoltà, e non è detto che l’intimo sia diverso se a volte l’esterno appare mutato. La difficoltà è di riuscire a parlare un linguaggio comune a tutti normale e semplice, anche se questo richiede una dedizione ben maggiore a quella necessaria per rendere un particolare stato di narcisismo».

Vittorio Sgarbi in Cascella e il grande pubblico dice chiaramente che l’autore è riuscito nel suo intento di parlare a tutti. Non solo. Passando in rassegna la lunga stagione del paesaggismo italiano da Michetti a De Nittis, da Palizzi ai Macchiaioli, dal circolo di Bellosguardo ai Divisionisti lombardi, che aveva lungamente tentato di «individuare un comune paesaggio italiano moderno sulla base delle intense sollecitazioni formali che provenivano d’Oltralpe», ci dice che Cascella vi è approdato per via autonoma. « Questa “internazionalizzazione” della matrice italiana viene perseguita da Cascella attraverso un’opera di riduzione dello stile a tematiche costanti e a caratteristiche formali uniformi, nel tentativo di raggiungere un’arte più moderna ma anche di agevole comprensione».

Se «la forza dell’arte è la conservazione dello stupore nel quotidiano, della capacità di meraviglia» non dimentichiamo che il giovanissimo Cascella ebbe familiarità con un grande poeta: Clemente Rebora (Milano 1885 – Stresa 1957), e che senza dubbio ascoltò (per un periodo divisero a Milano la stessa stanza) o lesse la produzione reboriana che si annunciava “nuova” tra la poesia del primo ‘900. Soprattutto sorprende la forte consonanza emozionale nella lettura paesaggistica di entrambi.

Se proviamo a sfogliare i Frammenti lirici, troviamo una circolazione naturistica che diventa promanazione sentimentale e conoscitiva. Citiamo, ad esempio, le prime due strofe del frammento IX : Dentro il meriggio stanno alberi e scogli / vividi al sol che infiamma la sua ora / sopra le vette: e tu, aria, ne accogli / limpidamente la forma sonora. // Tutta è mia la casa la montagna, e sponda / al desiderio il ciel azzurro porge; / ineffabile palpita gioconda / l’estasi delle cose, e in me si accorge.

Basterebbe solo prendere in considerazione i due passaggi sinestetici: forma sonora e l’estasi delle cose per trovarci dentro l’emozione percettiva di una opera cascelliana.

La mostra è una occasione per provarla.

Cecilia Dionisi e Walter Xausa, ancora insieme dopo la mostra Improvviso femminino, nel rendere il loro hommage al maestro, si cimentano su motivi correlati. La prima propone la sua esuberante espressività colorica in una serie di “paesaggi marchigiani” che da sempre hanno sostanziato il suo canto pittorico, accanto ad alcuni “angoli di giardino” ed una prodigiosa “ninfea” dagli accenti sfolgoranti. È il trionfo della misura pittorica che tende ad evasioni, ma obbedisce al segno come linea di demarcazione conoscitiva. Il secondo dipana il suo senso architetturale in una sequenza ininterrotta di scorci dal sapore portofiniano, ricostruiti su metafore intuitive, dove agonizza ogni speranza realistica e ci si immerge in un andirivieni di luoghi dal sapore quotidiano, pronti ad accoglierci come intimamente residenziali.

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