Filottexit, la guerra dei contemporanei e la drammaturgia europea di Nessunteatro.

La compagnia di San Benedetto del Tronto, guidata da Matteo Ripari, dal prossimo Febbraio sarà nei palcoscenici e negli istituti di cultura del Continente. A raccontare, attraverso i classici del teatro le contraddizioni del mondo attuale.

C’è un’idea occidentale, marziale ed eraclitea, inventrice di contese. Nasce nel grembo della conquista, assume il volto plumbeo di jungeriane mobilitazioni totali, riprodotte e affermate nelle coscienze afone di volontà così sovrapponibili, da confondersi tra loro. Essa non è l’intuizione incline alla scoperta ma ha la voracità efficientistica di una tecnica utile a padroneggiare la natura, il tempo, il destino. La ragione, fatalmente, in questo lato antico e decadente del pianeta, non è più regola dell’azione, ma il viatico più breve per ottenere dai mezzi disponibili i risultati previsti e sperati, un calcolo meccanico per l’incremento della propria potenza.

Ne emerge un’etica della forza, dell’universo tecnologico onnicomprensivo e manipolante, raccontata con silenzi e contrappunti beckettiani dalla Compagnia Nessunteatro, un gruppo di nomadi vitalità artistiche marchigiane che, dal prossimo 11 febbraio, saranno a Berlino a inaugurare la loro tournèe europea. Il regista e drammaturgo Matteo Ripari, l’attore Edoardo Ripani e l’organizzatrice Silvia Vagnoni sono da oltre due anni invitati da rassegne internazionali, teatri e istituti di Cultura, in tutto il continente. Stoccarda, Colonia, Bruxelles, Losanna apprezzeranno una visione in grado di risalire alla foce di una civiltà declinante, mescolando, con ironia sapida, gli umori dell’invocazione e la gravità dei testi classici coi tratti farseschi assunti dalle beffarde e prosaiche tragedie contemporanee. Il Filottexit creato da Ripari da una rilettura del dramma di Sofocle, è un desiderio di fuga senza approdo da ogni regno di devastazioni fratricide.

La vicenda narra che Filottete, principe della Tessaglia, alleato degli Achei nella guerra contro Troia, viene abbandonato dai suoi amici sull’isola di Lemno, a causa di una ferita incurabile. Essendo in possesso dell’arco sacro di Eracle senza il quale, secondo un’antica profezia, Troia non potrebbe essere sconfitta, Odisseo e Neottolemo, due dei compagni che l’hanno tradito, tornano a Lemno per riprendere l’arco a ogni costo. L’intrico sofocleo consente d’ indicare la rotta di un viaggio per spiriti erratici e inquieti che in mare aperto spingono al naufragio certezze inconsistenti. Un conflitto senza tregua tra la solitudine di Filottete, la sua esclusione, la malattia che lo segna dopo il morso di un serpente e la polis i suoi meccanismi includenti, interessati e automatici, le ciarle, le polveri del successo, lucidate da uno splendore opaco e torbido, e il guerriero invalido, relegato fuori dalla comunità, sputato come veleno e di nuovo inghiottito come rimedio provvidenziale dalla terra che lo aveva generato e umiliato. Oggi, in questo lembo periferico d’Occidente, la guerra è ovunque e il dardo che può centrare la meta del successo è la parola, la comunicazione, la pratica dei sorrisi stiracchiati che accolgono e catapultano fuori all’istante, come porte girevoli, questuanti in cerca di briciole al banchetto della celebrità. Gli uomini vivono, per usare un lessico parmenideo, nella doxa, il regno delle apparenze, degli inganni,delle opinioni. Una perenne seduzione gorgiana, nel duello delle convinzioni a buon mercato. La verità è ciò che rimane alla voce dopo l’usura dei suoi contenuti stipati nella vorticosa mollezza dei dibattiti annoiati. Il resto è fatale falsificazione, discorso di puro tono e celebrazione del non-sense,vita alterata e gracchiante come frasi bisbigliate da un megafono. Un corposo vigore di decibel suona la grancassa del quotidiano, ne restituisce l’involucro di clamori apparecchiati per appetiti ciarlieri, quell’atomo di rumore gabellato per terraferma dove bestie, uomini e cose sono maneggevoli come invenzioni.

Resta l’eco di questioni irrisolte, lasciate intatte dai secoli. Che cosa significa vincere? L’abbandono a un’obbedienza comoda magnificente, omertosa perché ogni concetto di colpa e virtù è creta nelle mani del fato. O, al contrario, l’ostinazione che rivendica una coscienza integra, sebbene costantemente derisa, fino a diventare una causa inservibile? .

Ecco la tragedia degli uomini. Da sempre. O almeno da quando si trastullano con l’ossessione abituale di fondare e distruggere città, istituzioni, idee del mondo.

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