Carlo Bo e il paesaggio dell’anima
Scritto da Alceo Lucidi il 16 dicembre 2009
Riflessioni su Carlo Bo, marchigiano di adozione, in particolare a partire da una lettura del suo libro intitolato “Carlo Bo, Città dell’Anima. Scritti sulle Marche e i marchigiani”.
La lunga frequentazione da parte di Carlo Bo del paesaggio marchigiano, a partire dalla fine degli anni 30, quando arrivò ad Urbino in veste di professore universitario di lingua e letteratura francese, non assume i caratteri di una semplice esplorazione di luoghi, paesi e persone. L’attenta capacità di lettura delle cose, che sempre lo contraddistinse, la felice sensibilità con cui sempre riuscì a “scrutare” dietro le semplici apparenze, ne fanno oltre che un viaggiatore anche un indagatore dello spirito delle realtà paesaggistiche.
Pur non essendo un proverbiale passeggiatore, si dedicò moltissimo alla scoperta della natura e di tutto ciò che con essa nel paesaggio delle Marche forma un grumo inscindibile: la presenza umana.
La nuova impostazione che Bo imprime alla critica letteraria, così fortemente centrata su quello stretto rapporto di collaborazione tra scrittore e lettore e su una penetrazione del testo basata non sulle sue determinanti formali ma sulla dimensione spirituale che lo sorregge, sembra in qualche modo autorizzare anche il suo modo di intendere il paesaggio.
Pur se ligure di origine, e precisamente di Sestri Levante, egli si affezionò profondamente alla Marche. E pensare che la dipartita da Firenze, città di indiscutibile centralità culturale nell’Italia di quell’epoca, nonché sede dei suoi studi e delle sue maggiori frequentazioni letterarie, ambito privilegiato della sua formazione culturale, nella quale si era trasferito per frequentare la facoltà di lettere, attratto dalla potenza intellettuale di cui alcuni spiriti illuminati, come il Papini, non fu priva di travagli e sofferti abbandoni.
Eppure a quel dolce, pacato e multiforme paesaggio marchigiano dovette ben presto abituarsi. La sua indole riservata, introspettiva, silenziosa si trovò ben presto ad accordarsi con la calma, quasi atavica, delle linee sinuose dei luoghi. In fondo la nostra regione è spazio inesauribile offerto agli incanti dell’anima. Si ha la sensazione, per un osservatore attento e ben provvisto di immaginazione, che le offese della civiltà post-moderna, con il suo carico di roboanti e repentine evoluzioni tecnologiche ed urbane, non abbia che lambito le coste del suo territorio. Per il resto è un regolare, armonico, incessante rincorrersi di tipologie geografiche quali: la costa sabbiosa, le morbide e feconde colline, le ampie e soleggiate valli, le distese catene montuose dell’appennino. Una sintesi nella diversità. Forse era proprio questo ritmo costante dello svolgimento naturale in perfetto accordo con le stagione climatiche e con quelle dell’anima, con la vita laboriosa e dimessa dei suoi abitanti, ad attrarlo, lui ligure di solide tradizioni ed animo liberale. Lo stesso Bo parlò di un immobilismo della regione per quel suo essere sempre stata lontano dagli eventi decisi, storici, politici, culturali della Nazione.
Alle Marche ha dedicato oltre che visite anche svariati articoli. Si può dire che non ci fosse angolo della nostra regione da lui non indagato. A San Benedetto si ricorda la sua discreta presenza al Premio del Tascabile del quale fu presidente di giuria per diverso tempo. Tutte le impressioni, i ricordi, le suggestioni raccolte sulla carta dal professore hanno avuto una loro sistemazione in un bel libro pubblicato da un editore anconetano ed intitolato “Carlo Bo, Città dell’Anima. Scritti sulle Marche e i marchigiani”. La visione che ne esce fuori del paesaggio di Bo è sempre allargata e corrispondente ai suoi sconfinati, onnivori interessi: dalla storia del costume e delle tradizioni, a quella del pensiero, ai riflessi antropologici e culturali che ne derivano, fino ad arrivare, in un inestricabile intreccio, alle movenze fisiche e geografiche.
Si tratta, ci dice fondamentalmente Bo, di una terra, dove la rete dei luoghi, dei paesi e degli uomini, il tessuto naturale stesso, sono stati profondamente compenetrati dalla poesia; dove è avvenuto ed avviene tuttora un “innesto poetico” tra individui e paesaggio.
La sua innata e durevole grazia, il suo fondamentale carattere conservativo, l’esatta corresponsione tra civiltà, arte e campagna in un unicum inconfondibile e di grande suggestione, oseremmo dire con Bo, ne fanno un luogo poetico. “A volte si ha l’impressione che dopo questi interventi del tempo ci sia stata un’opera di depurazione ed esaltazione insieme, e l’uomo sia riuscito a non oltraggiare troppo l’imitazione di Dio, di chi ha creato questa natura straordinaria. Vogliamo dire che c’è una corrispondenza fra arte e campagna, fra il disegno di certe ville ed il disegno dei colli, fra chi ha operato con la sua maestria dentro le mura e chi, per esempio, ha tracciato queste mirabili strade di campagna, insomma fra l’artista con tanto di storia e di nome e chi è stati portato dal bisogno e dalla necessità a non violare l’armonia di questi colli”. Forse è proprio questa mancanza di necessità di credere nell’inarrestabile corsa del progresso, per riprendere ancora Bo, a farne un luogo di suggestione poetica. Dove il tempo ha una incantata circolarità, nel sacro rispetto delle cose, e non un’inesorabile progressione lineare.
Dove l’uomo e la natura vivono ancora congiunti in un tenace amalgama.dal bisogno e dalla necessità a non violare l’armonia di questi colli”. Forse è proprio questa mancanza di necessità di credere nell’inarrestabile corsa del progresso, per riprendere ancora Bo a farne un luogo di suggestione poetica. Dove il tempo ha una incantata circolarità, nel sacro rispetto delle cose, e non un’inesorabile progressione lineare. Dove l’uomo e la natura vivono ancora congiunti in un tenace amalgama.
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