Carassai. Perlaso, mostra diffusa di Gabriele Ercoli
Scritto da redazione il 3 agosto 2011

Domenica 31 Luglio nella chiesa di Sant’Angelo in Piano – Rocca di Montevarmine presso Carassai è stata inaugurata la mostra diffusa Perlaso dell’artista Gabriele Ercoli.
Da Foce a foce, la mostra sviluppa il tema dell’eterno seguendo l’acqua del fiume Aso che come il pensiero scende e risale la valle secondo una cosmologia arcaica.
Sedici sono le opere esposte nei paesi dove sono nate, dai Sibillini all’Adriatico, da Montefortino (Museo Palazzo Duranti) a Porto San Giorgio (Palazzo Comunale), passando per il Forno di Collina, Montemonaco (Museo della Sibilla), Comunanza (Palazzo Mostre), Montefalcone (Palazzo Felici), Sant’Angelo in Piano (Rocca Montevarmine), Lapedona (Caffé 500), Altidona (Sala Roma), Pedaso (Ristorante Rosso Rubino), Torre di Palme (Palazzetto Comunale).
PERLASO è un progetto fuso con i luoghi che lo hanno ispirato, si cura di rinnovare il mito di una valle antica predisponendola alla sua riproduzione in rapporto al mondo.
L’arte narrerà in modo nuovo il paesaggio dai monti al mare, con opere, allestimenti e poesie, attraverso la lente delle avanguardie.
L’idea della mostra diffusa riflette la valenza dell’eterno che l’acqua porta lungo il fiume e lungo la valle, il suo scorrere nel letto, come il pensiero in cammino scende e risale, seguendo una cosmologia arcaica di tempo: l’ Aso è il diveniente di tempo, una culla antica che così custodita per sua natura diventa depositaria di una dilatazione anche spaziale capace di incedere generando ancora pensiero per flusso: dai piedi dalle cime a quelli dell’Aso (dai“calanchi inghiottiti a Foce”, di un verso della poesia “Iride” sulla Sibilla, che ha anche ispirato opere come “Iride e Isola”, alla foce del fiume dove sono nate opere come “Notturno e Marina” e, lungo il suo percorso, “Paese”,“Sisma” e “Arca” dell’89, per acqua appunto).
Un viaggio di tempo e di spazio generato dall’arte che si rinnova nelle opere tra avanguardie e Origine, anche in quelle sopra il fiume, nel risalire e nello scendere a più soste gli orizzonti, tra due sbarramenti, Sibillini e Adriatico, due cieli destinati a farsi opera anche dal moto del giorno e della notte.
“Iride”,del ‘90, polarità ovest della mostra (esposta al Museo Duranti di Montefortino, una tavola scolpita e dipinta tra altre tavole dipinte dai maestri del passato), è un’icona di luce accecante dall’abisso delle cime che si fissa nell’opera e porterà a cercare anche dentro il buio della tavola la luce bizantina della sua fibra.
“Notturno”, dell’89, con uguale accecamento provocato dall’abisso di luce sopra il mare, notte tra le ciglia, che porterà alle opere “fratte nere scavate ed esplose”, come cieli di piombo e di guerra, opposta ad est.
Anche Leonardo, in cerca di scienza, rifletteva del tempo sullo scorrere dell’acqua dei fiumi, osservando del suo divenire: “l’acqua che tocco con mano è la prima di quella che viene e l’ultima di quella che va”: un inizio e una fine. Ma indugiando nello stesso moto, si addensa la tensione di un passaggio infinito che apre una vertigine, così nell’arte che nel suo farsi al passaggio degli enti ne dilata l’origine, svelando contesti e orizzonti dove le opere sono nate ed esposte.
Le ultime, nate per Sant’ Angelo al Piano e per il monte della Rocca, sono fulcro della mostra estesa lungo la valle e tempo che transita e sosta. Nodo e snodo di una dilatazione presente e fisica distanza: dalla serie dei “Saggi” di fine anni ’80, legati ad una narrazione Originaria ( ma anche alla scoperta dell’antimateria e all’interpretazione dei luoghi natii), al tema dell’Eterno, concentrato nella chiesa.
La sosta nel percorso della mostra è anche sosta dell’eterno, indagine di tempo e di conoscenza attraverso l’arte nel luogo del suo parto, doppia valenza simbolica che si combina nell’opera “Pergola Rossa”, formata da 16 viti intagliate, nate per magia dal pavimento, disposte a rombo al centro dell’unica navata, dentro un formato quadrato di mattoni in terracotta che sa di ritrovamento. Riecheggiano ancora significati profondi con i quali l’artista, per destino, si è confrontato nell’esposizione di Servigliano (quadrato e quattro come doppio epicentro di terra lungo un’altra valle dell’estate 2010).
Come la terra originata d’eterno salva, lievita la finitezza d’oltre, così qui l’opera, ente abbraccia l’esistenza per destino e l’artista attraverso i suoi essenti, segni significanti, forme, viti e pampini, tocca la durata.
Il tema dell’acqua originata d’eterno salva. Nella cripta, dov’è situata la seconda opera della triologia della sosta, l’acqua è fonte d’ eterno come la luce nel buio dell’allestimento .
Nell’ombra e nel mistero dello spazio sacro, scavato nel ventre della terra, l’acqua è come un nido nell’incavo della tavola, la cui metà, rovesciata come zolla, è aperta di luce a conchiglia: vita come viaggio eterno di nascita?
Lo si potrebbe presupporre dal titolo dell’opera: “È nata una foglia nuda della sua culla..”. (anche l’acqua dell’Aso, che ha spinto per secoli il mulino attiguo, lo lascia presupporre); l’acqua è dentro il ventre; si nasce dentro come si è nati; così concepisce anche l’arte.
Sapremo esserne ancora i destinatari, in presenza di epifanie estetiche?
Delle magiche “stazioni” (16) d’ombra oblique alle pareti della grande nave, che rimandano concettualmente alle (16) opere perlaso dislocate: nude tavole come leggii sospese all’intonaco, alle pietre e ai mattoni nudi? Dei loro contorni sfrangiati di luce a fibra viva contro le superfici lignee intatte?
Un sapere da riassegnare all’arte, come luogo di luce da esperire, attraverso l’opera diveniente di verità e di destino che in questa mostra si rivela nella dimensione delle tracce che toccano l’eterno.
Il visitatore, in questo percorso iniziatico forte, scelto dall’artista per restituire piena funzione all’arte, potrebbe esserne coinvolto nelle situazioni evocative delle opere esposte lontano dalle collezioni dei musei che le strapperebbero all’oblio dei luoghi.
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