Le Marche: terra della residenza poetica (prima parte)
Scritto da Cesare Cata il 17 novembre 2009
Legati alla terra da radici molto più che terrestri…
Perchè restiamo nella Marca (1° parte)
Odisseo, l’eroe omerico che sta all’origine del nostro immaginario collettivo, è anzitutto una immagine, fatta uomo, del concetto di nostalgia. Non solo: dal momento che Odisseo è “anèr”, ossia l’uomo per antonomasia, la nostalgia diventa un carattere antropologico essenziale. Per definizione, conformemente alla mitologia omerica che forgia lo spirito dell’Occidente, l’uomo è abitato dal sentimento della nostalgia.
E la “nostalgia”, in primo luogo e soprattutto, è il segno del legame ontologico dell’uomo con la propria “terra” – laddove questo termine deve essere inteso in senso ampio, come “patria” nell’accezione del termine tedesco “Heimat”: un luogo interiore, oltre che esteriore, che incarna l’Origine.
Nei flussi ineludibili del mare immenso, viola come il colore del vino, nei quali Odisseo svolge le sue meravigliose e terribili peripezie, a guidarlo è una forza inarrestabile: la nostalgia. La nostalgia per la sua Heimat, per la sua terra – laddove “terra” significa, a un tempo, Penelope e Itaca, Telemaco e il trono da re lasciato nell’Isola; significa i profumi che era solito sentire quand’era a casa, e il caldo del letto sull’albero nel quale giaceva con sua moglie; significa gli ordini che impartiva comandando, e i colori dei campi di ulivi sotto il sole che osservava declinare verso il mare, quand’era a casa.
Terra, patria materna, è il sentirsi presso di sé. Infatti, come Freud ci spiegherà, l’avventura di Odisseo non è altro che una plastica e stupenda esposizione del cammino del soggetto che fonda la propria identità, del “sé” che diventa un “io”. D’altronde, etimologicamente, la parola “nostalgia” è composta da due termini, “nostos” e “algos”, che rispettivamente vogliono dire: “ritorno” e “dolore”. Il che non ci dice che la “nostalgia” sia un ritorno del dolore: ma bensì che essa sia quel dolore che necessita un ritorno. Il dolore come sintomo di un dover-ritornare. Ma ritornare a che cosa? A un qualcosa che ci appartiene, e cui apparteniamo, come alla nostra più profonda essenza: la nostra terra.
Quando si è lontani dalla propria patria, perciò, lo struggimento che si sente verso di essa non è una mera “mancanza”. È molto di più. È uno sradicamento penoso. È uno squarciamento da ciò che si è, da una parte essenziale di sé.
In una delle tante, commoventi lettere che scrisse per il fratello Theo, Vincento Van Gogh diceva di “sentirsi legato alla terra da radici molto più che terrestri”. È proprio questo il punto fondamentale: l’eredità culturale decisiva del poema omerico di Odisseo consiste nel pensare il legame con le radici nel fondo della propria terra, come segno di una forza trascendente che anima l’uomo.
La stessa nostalgia di Odisseo ritornerà, secoli dopo, nella “dolce Francia”, al cui pensiero il cavaliere Rolando si strugge in un travaglio interiore in tante chansons.
Eppure, la cultura della Modernità, e in particolar modo nel secondo Novecento, ha dato vita a una concezione “liquida” della civiltà: nella quale il legame di un essere umano con la terra in cui è nato, con la tradizione da cui è stato forgiato e il nucleo familiare-sociale dal quale si è sviluppato, risulta del tutto accidentale. Ciò che impropriamente viene chiamato “globalizzazione” non è altro che l’azzeramento dei concetti di popolo e di individuo in un insieme di monadi formanti masse indistinte, essendo stata elisa ogni corrispondenza tra “essere umano” e “luogo”. “Niente individui e niente più popoli, ma solo folle solitarie”, come ebbe a dire una volta Leo Strauss parlando del mondo moderno.
Eppure, la nostalgia è viva in modo inestinguibile nell’essere umano – e anzi la sua soppressione nella cultura della Modernità ha condotto a non poche aberrazioni, quasi sempre squallide e violente.
È una cosa che risulta vera in modo potente – e con esiti sorprendenti – se si prende in considerazione la nostra terra: la Marca. Mi riferisco, in modo particolare, a quel territorio che si dipana dalla riva dell’Adriatico alle cime dei Monti della Sibilla, dal corso del fiume Tronto a quello del Chienti, nel quale troneggiano le città bellissime di Fermo, Ascoli e Macerata, abbracciate nel moto ondoso di una terra verde, dolcemente collinosa, che il sole d’estate ricama con un oro intenso.
Si potrebbe pensare questa terra alla stregua della “Contea” (The Shire) descritta da Tolkien nel capolavoro Il Signore degli Anelli. Una terra di quiete e bellezza, ignorata dal mondo, che a sua volta la ignora, abitata da gente taciturna e operosa, burbera e simpatica, legata in modo forte alle proprie tradizioni linguistiche, culturali, alimentari e sociali.
E, in effetti, la Marca è una terra incantata. È, in assoluto, uno dei luoghi d’Italia più intrisi di magia, di leggende e di racconti fantastici.
Un commento
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Parole che offrono una lettura assolutamente condivisibile dell’essere “marchigiani” e non solo, certo, molto di più. Aiutano a decifrare le domande fondamentali dell’individuo: “chi siamo” e “dove stiamo andando”. Grazie