Giarmando Dimarti canta una “Poesia per la musica”

Vi proponiamo una poesia scritta da Giarmando Dimarti in occasione di un concerto di Giuseppe Ficara. Un esempio di come l’arte si possa nutrire dell’arte.

sonata
a Giuseppe Ficara
dopo il concerto del 3 maggio 09

quante corde palpitano sulla tua brivida chitarra
capriccio di slegate accordature?
il cembalo buio della notte
sassata al lampione della luna
ha un sistro di api e miele
tutte le antiche pergamene marciscono palinsesti di lussuria
per i mille pentagrammi che languono
sulla tua tastiera di legni cuciti
dal fuoco sacro del musico demone
ondulano i diapason tra ponticello e capotasto

quante note delirano sulla buca girandola
bocca oscura senza baci e un tormento lungo
circondato
prima che il frutto entri nelle vene osmotiche
delle cavità forestali senza radici
dell’albero che ha asciugato la sua linfa arsurata?
partirono di qui i giorni profumati e il cielo trafitto
entrò la notte minuscola e il sonoro insonne

quante dita rafficano sulle corde dormienti
battiti impercettibili di farfalle girovaghe
graffiando l’aria inebetita da azzarde passioni?
pianissimi conservati in echi quasi sordi
crepuscoli di corteccia e lamento
fortissimi scagliati come eroi innocenti
con capelli di ortiche e spade di elegie
tra sciami abbandonati e balbettii di giuochi

sento una corona di spine che mi divide dal mondo
un incanto assassino che uccella la mia mente di nichel
una corolla che schiude zuccheri e stupori
divento portinaio spalancato di nuvole e brine
mentre
tempeste di arene bruciate delirano i miei occhi idioti
con pupille forzatamente in agonia

soffro la mia ragione
ritrovo l’ignoranza fanciulla morsicata dagli anni

abbraccio il diluvio dentro una stanza di palpiti

polpastrelli in vertigine
entrano nella mia carne prima del suono
decidono oscurità di girasoli raccolti sotto gli steli
sulla terra bandiera e millenari battiti ubriachi

il cuore ha una febbre di ticchettii esangui

fuori una luna franta tesse la sua ragnatela di sogni nottieri

potrei gridare tutti i tramonti della terra
sorpresi dietro i cancelli delle ore carpentiere
spargendo la mia spallata identità stordita
tra i secchi lamenti dei cimiteri e il frastuono acrobatico
delle città spiegazzate sui loro tremolii
potrei percorrere tutte le rotte stellari
con l’alito di una febbre marina e salire
il minuscolo che inonda la tristezza dei gabbiani
potrei riposare su guanciali pungenti
per assaporare la tenerezza di baci come coltelli
di un amore sputacchiato
escremento tra cunicoli moribondi
e tornare a gridare come lazzaro
come i bambini appena nuovi di carne e di vestito
il mio logorio fotogrammato
tenia ingannatrice che ruzza tra anima e ragione

chi potrà darmi un fazzoletto uno sguardo un alcool
che assolva questa mia confusione di vene
questo mio sangue fermento
questa moltiplicazione di acque come pani di fame
questa agonia in programmi rimandati
questo fuoco che cova e non incendia
questa nebbia di piccole foglie e gemiti
e questo teatro cucito sotto un aquilone

sono un grattacielo puntuale all’undici settembre
usignolo del proprio collasso in catene di cementarmato

non ha voci la notte che fuori non cresce
le strade vacillano sotto il vomito dei fari

dormono lontani i fiumi nel seno madre del mare

l’assenzio delle stelle illumina il fervore dei tuoi occhi
prossimi al dessert
le tue mani infatiche inghiottono ogni distrazione
e dal fondo i listelli incatenati sciamano tutti gli spessori
con le arpe che schiumano le loro scale smarrite

ah!
l’insulto infame della chiusa obbligata al cordoglio
ah!
la tua chitarra ha un fremito ultimo come di nacchere
che percuote fino il buio sui tetti mendicanti
e il lasciapassare al mio gorgheggio tormento

ah! ah! ah!
sento il ricamo ritmato dell’orologio
trapassare con un ago il mio polso redivivo

tra le spire del plauso ballerino
asessuata prostituta
mi ritrovo smozzicato come un ecce homo

nella tua chitarra entrano abbondanti i secoli a dormire

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