Le Marche: terra della residenza poetica (ultima parte)

Legati alla terra da radici molto più che terrestri…

Perchè restiamo nella Marca (2° e ultima parte)

Sono le storie portate dal mare, che da tempo immemorabile i pescatori, arando i pesci dalle onde tumultuose, portano con loro fino a riva, quando fanno ritorno: storie incredibili in cui pesci giganti o parlanti assumono forme di donne o di demoni, quando rimangono impigliati nelle reti; storie di terre lontane, di isole sconosciute nell’ombelico dell’Adriatico, storie di tempeste orrende e di angeli impazziti.

Sono le storie custodite nelle colline, tra l’incanto dei borghi medievali e il calore dei camini accesi delle case nei gelidi inverni che macchiano di neve i dolci colli della Marca; storie di personaggi incredibili, uomini e donne sottratti allo scorrere del tempo per le loro capacità straordinarie nel vedere il futuro, parlare con gli animali o volare da un colle a un altro con la velocità del vento; storie di gatti che portano una sapienza perduta agli spiriti più puri, e di icone di santi che scelgono di parlare e assumere forma di viventi, in un improvvisato momento della storia. Sono, soprattutto, le storie dei monti della Sibilla: più che mai celebri sin dagli anni medievali per le fantasmagorie che vi sono presenti.

Dalla grotta incantata, sede della Sibilla, profetessa sapiente e maledetta, regina di tutte le fate; al lago demoniaco in cui perse la vita, e venne sepolto, l’assassino di Cristo, Ponzio Pilato; alla pastorella muta che riacquistò la voce, vedendo in viso Maria di Nazareth, di fronte al Santuario dell’Ambro; alle innumerevoli vicende dei simpatici e dispettosi, furbi, vanitosi e loquaci Mazzamurelli (folletti vestiti di verde alti circa un palmo, che vivono da secoli sui monti della Sibilla, nei legnosi rifugi sotterranei offerti loro da pioppi, querce e castagni); alle fate dai piedi caprini, che in più di un occasione, come molti anziani sono ancora pronti a giurare, scesero nel borgo di Foce di Montemonaco per danzare, nei giorni di festa, con i giovani pastori ubriachi.

Un episodio, riportato con dovizia di particolari da un più di un testimone, e ormai universalmente accettato, narra di come, in una sera estiva di mezzaluna, durante un vivace saltarello nel corso di una festa, un gruppo di ragazze bellissime, dai capelli rossi o biondi e gli occhi chiarissimi, si sia unito ai giovani pastori e ai contadini che erano intenti nelle loro animate danze. Danzarono a lungo, sino a che la luce del sole divenne prossima a oscurare lo spicchio lunare nella volta del cielo, e sino a che la stanchezza e il vino divennero prossimi a far cadere il sipario delle palpebre sulla luce degli occhi dei giovani. Ma prima di quel momento uno di essi, il più intelligente e il più ardito, essendosi accorto che, mentre ballavano, quelle meravigliose ragazze, mai viste prima a Foce, producevano un suono stranissimo, disinibito dal vino osò alzare la gonna di una di loro, per poter osservare quali calzari indossasse. Fu allora che vide qualcosa di straordinario, che nessuno da allora smise di più di raccontare.

Le gambe di quella fanciulla, dai polpacci in giù, non avevano fattezze di donna, ma bensì di capra, e i loro piedi erano zoccoli, zoccoli caprini, che battevano fragorosamente sul terreno. Tra lo stupore generale, le danze del saltarello si interruppero improvvisamente. Tutte le fanciulle, in visibile imbarazzo, scapparono di corsa verso la cima della montagna, anche perché la luce del sole, loro nemico fatale, si stava pericolosamente approssimando. Scapparono veloci, scalpitando, scalciando, benché qualcuno provasse a trattenerle. Scapparono velocissime sul dorso della montagna della Sibilla e, al loro passaggio, scavavano la terra, spezzavano le pietre, scansavano i rami – tanto che il loro fragoroso passaggio creò un visibile sentiero. Un sentiero che il mattino seguente fu seguito da molti uomini, in cerca di quelle stupende fanciulle. Ma esso conduceva esattamente all’ingresso proibito della grotta, conosciuta come il rifugio della Sibilla, regina e protettrice delle Fate.

Molti, da allora, si sono inerpicati per quei sentieri in cerca della grotta delle fate. Dal cavalier Guerino, la cui storia fu narrata in uno scritto stupendo dallo scrittore quattrocentesco Andrea da Barberino, sino ad Antoine de La Sale, che per la promessa fatta a una dama partì, nel maggio del 1420, da Parigi verso Montemonaco, in cerca della grotta della Dea. E, come loro, molti cavalieri, santi, negromanti, pellegrini, eretici e guerrieri vennero nella Marca, in cerca di un Graal, di un mistero che custodisse una “verità ultima”, goccia del sangue del Cristo.

Forse è per questo che la nostalgia che si sente, quando si lascia questa terra, è così invincibile. Una forza magica lega lo spirito di alcuni uomini alla Marca. Una forza dirompente. Che aleggia, viva, tra i monti della Sibilla, e la cui eco giunge sino alle dolci colline che declinano verso l’Adriatico e il suo grido inappagabile.

La nostalgia, il legame con la propria terra, è allora il richiamo del Graal. Il fatto che noi apparteniamo, da sempre e per sempre, a un luogo che ci appartiene. La Modernità ha dimenticato questa verità. Ma ciò che è vero non viene disintegrato dall’oblio. Permane, e risorge all’estinguersi di ogni memoria.

Martin Heidegger, probabilmente il più geniale filosofo del Novecento e uno dei più acuti e spietati fustigatori della miseria spirituale del Mondo Moderno, in un suo scritto breve e poco conosciuto, Warum bleiben wir in der Provinz (Perché restiamo in Provincia), spiegò, in modo mirabile, proprio questa idea. All’indomani di una chiamata dell’Università di Berlino, che avrebbe potuto strapparlo al suo incarico a Freiburg e ai suoi amati sentieri nella Foresta Nera, Heidegger spiegò le ragioni del suo rifiuto a quella chiamata, asserendo che l’uomo non può essere strappato ai ritmi della terra – della sua terra – senza perdere se stesso. Quello tra il sangue e la terra, tra Blut und Boden – nonostante gli esiti sciagurati che le deviazioni del Nazionalsocialismo, come Heidegger sapeva bene, impressero a questo principio – è il nodo entro cui si gioca tutto l’onore dell’uomo, e con esso la sua possibilità di essere propriamente un individuo degnamente terrestre.

Per questo, diceva Heidegger, restiamo in Provincia. Perché apparteniamo alla terra. Vale anche oggi. Vale soprattutto oggi, in pieno delirio postmoderno. Vale soprattutto se la terra cui si appartiene è la Marca. Perché la magia e la bellezza sono le dimensioni che rendono la vita mortale degna di essere vissuta. Ed esse sono anche l’essenza di questa terra.

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