L’intervista nascosta di Paolo Borsellino, 17 anni mai trascorsi
Scritto da Simona del Gran Mastro il 30 dicembre 2009
Riflessioni dopo la visione dell’ultima intervista al magistrato del pool antimafia Paolo Borsellino.
Qualche giorno fa, presso l’hotel Progresso di San Benedetto del Tronto, abbiamo potuto vedere un’importante intervista inedita di Paolo Borsellino. Il magistrato l’aveva rilasciata a due giornalisti della televisione francese, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, il 21 maggio del 1992, solo due giorni prima dell’attentato di Capaci e cinquantanove prima di quello di via D’Amelio che portò alla sua morte.
La visione è stata arricchita dall’intervento di Sandra Amurri, la giornalista ascolana che da anni si interessa di mafia, e moderata da Giorgio Mancini, padrone di casa attivo politicamente. L’intervista integrale, della durata di 55 minuti, è rimasta nascosta per ben 17 anni. Solo 30 minuti furono trasmessi da Rai News 24 nel 2000, in occasione dell’ottavo anniversario delle stragi.
Subito gli interrogativi cominciano ad affollare la mente e non permettono di capire: perché mai un’intervista a Paolo Borsellino, magistrato simbolo della lotta alla mafia, è rimasta nascosta per tanti anni? Perché non è stata trasmessa dalle nostre reti, bensì in Francia? Perché la vita delle persone ha un prezzo così basso? Perché persino la morte non insegna niente?
Il magistrato risponde alle domande che i due giornalisti di Canal Plus gli pongono e che riguardavano gli stretti rapporti tra mafia e politica. Borsellino spiega che, intorno agli anni Settanta, Cosa Nostra si era trasformata in associazione imprenditoriale nel traffico di stupefacenti e aveva cominciato a gestire un’enorme massa di capitali che è stata poi costretta a investire. Prendendo vie tangenziali, i capitali sono stati convogliati al Nord per fare in modo che fruttificassero nelle attività imprenditoriali. Il magistrato parla soprattutto del caso Mangano: Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, morto nel 2000, aveva intessuto strette relazioni con Marcello Dell’Utri, allora dipendente di Publitalia, in seguito co-fondatore del partito di Forza Italia, non che con lo stesso Berlusconi, di cui diventò stalliere ad Arcore.
A domande specifiche su Dell’Utri e Berlusconi, Borsellino non risponde esplicitamente, preferisce glissare con un “Non mi sono interessato io personalmente”, ma la gestualità, gli occhi, il non-detto leggibile tra le righe parlano per lui. Borsellino era un uomo che sapeva, che forse presagiva il suo destino, che si sentiva solo, era consapevole di non potersi fidare di nessuno, men che meno delle persone che lo circondavano ogni giorno, anche per questo aveva preferito rilasciare l’intervista a casa sua, piuttosto che dentro le sale della Procura.
Ad ascoltarla, non sembra un’intervista di 17 anni fa, poiché si parla delle stesse persone che riempiono le pagine dei giornali oggi, tutt’ora indagate per collusione con la mafia. Mentre il magistrato parla, saltano fuori nomi, fatti, numeri, processi; sembra di avere tra le mani scatole cinesi, una dentro l’altra, in una rete di loschi coinvolgimenti che collega il Nord Italia con il Sud, la politica con Cosa Nostra.
Nonostante i drammi, individuali e collettivi, ancora non è permesso di sapere. Quasi come fossimo tutti conniventi, lasciamo fare. L’apatia ha tarpato le ali alla nostra libertà. “È una questione di dignità collettiva!”, incita la Amurri, “Dobbiamo capire chi siamo e cosa vogliamo”. Tutto il marcio che viene fatto e nascosto, lo si fa grazie a noi, che sappiamo, ci lamentiamo, ma non facciamo nulla per reagire.
Muovere le coscienze, questo è il messaggio lasciato dall’intervista, perché non è possibile che un magistrato, che ha perseguito la giustizia e ha pagato con la vita, sia stato fatto tacere per ben due volte: la prima è stata una bomba a tappargli la bocca, la seconda è la cattiva coscienza della nostra nazione.
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