Il nuovo libro di Vittorio Sgarbi
Scritto da Lucilio Santoni il 4 gennaio 2010
Alcuni giorni fa ho partecipato alla presentazione del nuovo libro di Vittorio Sgarbi, intitolato “L’Italia delle meraviglie. Per una cartografia del cuore.” Scritto in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Durante tutta la conferenza-lezione, Sgarbi ha sostenuto che l’Italia è unita nella e dalla bellezza. Monumenti, opere d’arte, costruzioni, angoli di città. Ovunque si vada, si può rintracciare un percorso attraverso il bello, l’armonia e la fascinazione della cultura.
Tutto questo ha detto Sgarbi, salvo poi scagliarsi contro gli ultimi 50 anni della nostra storia, nei quali, a suo dire, è avvenuto uno scempio totale, senza poter indicare nulla di buono in ciò che durante questi anni è stato progettato e costruito.
Viene allora spontaneo chiedersi come mai tanta bellezza del passato abbia potuto produrre un simile disastro. Possedere la gran parte dei beni culturali mai prodotti dall’uomo e vantare un notevole patrimonio paesaggistico nulla vale a evitare che il nostro sia tra i peggiori paesi, per qualità della vita, diseguaglianza sociale, generale infelicità. Lo stesso potrebbe dirsi di molte belle città italiane, che non nomino per non fare sommarie classifiche ma che sono sotto gli occhi di tutti. Ricche di bellezze artistiche, che registrano però un terribile male di vivere. Mentre, al contrario, in alcune brutte città, anonime periferie o sperdute località, nascono magari progetti poetici e innovativi, eccellenti gruppi di lavoro o singoli uomini dalle ampie vedute che divengono punto di riferimento nei vari settori.
Forse le possibili risposte sono due. La prima è che l’esperienza della bellezza è per pochi, purtroppo. I quali possono nascere e risiedere in un giardino dorato o in un pantano fangoso. E quella bellezza, invece, non incide minimamente sulle masse, che vi passano accanto a testa bassa, senza neppure esserne sfiorate. La seconda è che l’Italia è sì unita nella bellezza ma, anche e soprattutto, nella mafia e nella illegalità (con buona pace di Sgarbi che invece minimizza su questo aspetto). Contro le quali nulla possono i ponti romani o i dipinti di Raffaello.
Mi piace chiudere con una bella poesia del messicano José Emilio Pacheco, intitolata “Alto tradimento”:
Non amo la mia patria.
Il suo fulgore astratto
è inafferrabile.
Ma (benché suoni male)
darei la vita
per dieci dei suoi luoghi,
certa gente,
porti, boschi, deserti, fortezze,
una città disfatta, grigia, mostruosa,
vari personaggi della sua storia
montagne
- e tre o quattro fiumi.
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