Quale futuro per l’Italia? Riflessioni dopo l’articolo di Mina: “Leopardi bisogna meritarselo”
Scritto da Lucilio Santoni il 7 gennaio 2010
Qualche giorno fa Mina, in un ormai famoso articolo apparso su La Stampa, diceva di essere un po’ arrabbiata per aver dovuto ascoltare la nostra nobile lingua strapazzata dall’americano Dustin Hoffman che recita “L’infinito” con il suo accento alla “uazzamerica”. E chiedeva al grande Giacomo se, dal cielo degli eletti, si fosse arrabbiato un po’ anche lui.
L’articolo si chiude con alcune riflessioni interessanti. Mina dice che ormai siamo abituati a ogni tipo di ingiuria. E che il futuro è nero. Chiude, poi, con queste parole: “E la poesia ci sembra un insolente lusso. Ma io non mi rassegno e continuo a mangiare di questo pane, a incrociare su queste acque. E il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Si dice che oggi la gente è anestetizzata, dalla televisione, dalla pubblicità (appunto), dai linguaggi vuoti. Ma io non credo che sia così. Direi piuttosto “rincoglionita”, privata di qualsiasi capacità critica, ma non anestetizzata. L’anestesia è una procedura medica atta a togliere il dolore. Ma di dolore, intorno a noi, ce n’è tanto, tantissimo. E nessuno lo può togliere, né Dustin Hoffman che recita Leopardi, né il ministro Tremonti che dice che in fondo stiamo meglio degli altri paesi. Il dolore che avverto intorno a me è un abisso. Farsescamente colmato, fino a ieri, dal cosiddetto consumismo, dai gadgets, dall’automobile nuova, dal vestito alla moda, dalla squadra che va in champions league. Oggi, in piena crisi economica, turato, come con un tappo che voglia chiudere il mare in una bottiglia, dalle dipendenze: farmaci e psicofarmaci, droghe, sette religiose o sataniche, disturbi alimentari ecc.
Avverto un dolore che si può toccare con mano. Rapporti di coppia fondati quasi esclusivamente sull’odio e sul senso di colpa. Rapporti lavorativi alienanti, massacranti e senza senso. Rapporti umani basati sulla sopraffazione. Una corsa pazza verso l’allungamento della vita che è solo un allungamento della tortura autodistruttiva medicalizzata. Una volata verso l’intossicazione del pianeta.
È in questo scenario senza vie d’uscita che cadono le parole di Mina: la poesia sembra un lusso insolente. Ecco, è esattamente così. Le parole della poesia sembrano qualcosa di accessorio, di inutile e per di più insolente. Come un oggetto dandy, in una casa povera, che si fa beffe dei visitatori. Questa è, generalmente, la considerazione che si ha della poesia.
Ma a me capita, sempre più spesso, di incontrare persone che, invece, sono in cerca di qualcosa, pur a tentoni, nella quasi totale cecità, pur con strumenti sgangherati. Persone alla disperata ricerca di parole, dopo anni passati a credere al mulino bianco e a maria de filippi. Persone che hanno vissuto una vita da zombie e ora vogliono uscire la sera a riveder le stelle e addirittura tentare di innamorarsi. Vedi il libro intitolato “Adesso basta” di Simone Perotti edito da ChiareLettere.
Che sia l’oltremisura del dolore? Che sia la sensazione istintiva di essere vicini al punto di non ritorno? Sarà solo una situazione limite, nella quale forse stiamo già entrando, a darci una speranza di vita? Nell’attesa di una risposta a queste domande, nostro compito, come dice Mina, è quello di continuare a naufragare dolcemente insieme a Giacomo, in barba agli attori americani e ai manager italiani.
2 commenti
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So che quello che ora scriverò scandalizzerà ogni ben pensante della cultura.Ma la lettura di Dustin, getta un soffio di sorriso sul pensiero di Leopardi. Ed allora ben venga!!!L’anima infatti, pur attratta dalla malia dei sovrumani silenzi, naufraga al cantare dei versi e l’acqua dell’angoscia scende nella gola e invade i polmoni. Non c’è speranza, nonostante tutti gli sforzi critici di Gioanola e di Binni sulla Ginestra, di trovare un varco di positività, non dico di salvezza nel pensiero leopardiano.Vi vedo già tutti impettiti ed irati a citare la “social catena” a dimostrare, tirando i versi ora quà ora là, la presenza di un senso religioso. No, No, ciò che si prova leggendo Leopardi è solo dolore, un canto di sirena al dolore, alla fragilità,al nulla eterno.
Impossibile non abbattersi ,non prostrasri a terra colpiti da quella “natura” che tutti, nei nostri cuori, conosciamo “matrigna ed indifferente”. Ed allora ben venga la lettura di Dustin che sposta l’attenzione, con la sua buffa pronuncia e ci distoglie dal pensiero della morte che questo canto di naufragio celebra’.
In linea di massima il discorso di Lucilio ha una parte di verità, quella che è l’analisi del tempo attuale, dei giorni tranquilli del grande sonno in cui siamo immersi e nel quale naufraghiamo con dolcezza leopardiana.
Ma noi come si sa naufraghiamo nel “finito” non nell’infinito.
E’ qui la differenza,di interminato ormai c’è solo il livello di banalità e lo stormir di fronde è coperto dal rumore di fondo del niente.
E allora ben venga l’attore americano che storpiando i versi ci faccia capire da quanto tempo non ci occupiamo più di poesia, da quanto tempo tutto ha importanza come niente, eppure, noi italiani, ci riappropriamo di ciò che è nostro solo quando qualcuno lo minaccia.Parliamo inglese tutti i giorni, svendiamo la lingua italiana per qualunque parola inglese sostituisca una nostra molto più bella(e nata comunque con una lunga gestazione che da sola è capace di rievocare mille o duemila anni di storia)e poi gridiamo allo scandalo perché l’americano tenta di parlare italiano.Ridicolo provincialismo di nazione già conquistata dai nuovi colonizzatori. Almeno Dustin lo fa con ironia.Truppe armate fino ai denti ci hanno già travolto e noi facciamo la guardia al bidone. Giacomo sa chi è il nostro vero nemico.La Natura, miei piccoli islandesi he sarete mummie ritrovate nel deserto o sgranocchiate da leoni macilenti.Non la Natura delle Marche, ma quella irriconoscibile che avete reso un mostro e che ci aspetta dopo il suicidio della specie e non del singolo, l’ecomostro che parla inglese.