Viaggio in un paese non libero attraversando un paese libero trasformato in un bordello

Appunti di viaggio e riflessioni di una giornalista e scrittrice in giro per il mondo.

Gli appassionati di subacquea soffrono della sindrome di Jacques Cousteau, l’inventore della subacquea moderna che ebbe l’ardire e la fortuna di essere il pioniere di quasi tutti i siti di immersioni oggi più famosi. Come avrei potuto quindi rifiutare l’occasione offertami da un tour operator milanese di fare immersioni nelle isole sulle coste della Birmania che solo da un anno permette l’ingresso di barche nelle proprie acque territoriali e concede solo pochi visti a settimana?

Sono fiera di ritenermi una viaggiatrice eticamente corretta, rifiutandomi di visitare da turista paesi dove ci sia un regime dittatoriale perché, e l’ho vissuto in Cina sulla mia pelle, in questi paesi il turismo è una forma di affermazione del potere e uno strumento in mano al regime. I regimi dittatoriali conoscono l’importanza della valuta pregiata e sanno che il grande afflusso di turisti internazionali può conferire una rispettabilità e credibilità internazionale a regimi che violano i diritti umani. Non dimentichiamo che la Cina ha organizzato gli ultimi giochi olimpici che hanno portato il paese ad una positiva visibilità internazionale.

Viaggiare negli alberghi di prima categoria e partecipare alle visite turistiche in mezzo a confortevoli sistemi di aria condizionata, non offre molte possibilità di conoscere la gente e gli incontri fortuiti sono falsati per il timore della popolazione nei confronti degli agenti del regime militare, la cui onnipresenza costituisce lo strumento principale del terribile governo. Raramente, inoltre, i profitti del turismo raggiungono la gente comune: l’esercito partecipa spesso in molte joint ventures a scopo turistico e tra l’altro, si sospetta che molte iniziative alberghiere servano da copertura per il riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti.

La mia accettazione del viaggio in Birmania (il nome moderno dello stato è Myanmar, ma Daw Aung San Suu Kyi, agli arresti da molti anni, Premio Nobel per la Pace e leader dei movimenti birmani per la democrazia, la chiama Birmania e io sono dalla sua parte) è stata compulsiva, spinta dalla già citata sindrome di Cousteau, e a pochi giorni dalla partenza la mia coscienza etica si rodeva.

La personale giustificazione della mia inopportuna decisione era rappresentata dal mio grande amore per quel mare che nel mio immaginario si è conservato puro al di fuori delle vicende politiche ed umanitarie. Sapevo di sbagliare. Il mare è stato teatro di battaglie da quando è iniziata la storia dei popoli e oggi raccoglie le lacrime e le tragedie di un’umanità dolente costretta ad attraversarlo per fuggire dalle tirannie e dalla povertà.

Ma quando si è innamorati nessuna voce, neanche interiore può fermarti e poi mi dicevo, da giornalista, potrò raccontare la mia esperienza umana. Così la notte natale mi vedeva incastrata in un sedile dell’economy class in volo per un lunghissimo viaggio verso Singapore e poi per Phuket in Thailandia, dove nel suo porto era ormeggiata la piccola barca per subacquei che mi avrebbe portato verso il paradiso dei fondali marini.

Volo Milano- Phuket

Come è naturale il volo è partito con due di ritardo da Milano Malpensa.

Motivo: la neve. Evito qualsiasi commento poiché a Milano nevica ogni inverno e non si capisce il motivo per cui l’aeroporto non sia attrezzato per una situazione metereologica normale come lo sono gli aereoporti di tutto il mondo.

Tornerò sull’argomento “Italia: aeroporti del terzo mondo” in un articolo a tema.

Phuket

Nel mio, spero, infinito girovagare per il mondo non ero mai stata a Phuket, diventato da qualche anno meta del turismo sessuale da tutto il mondo e, soprattutto, dall’Italia.

Tanta era comunque la curiosità di visitare quello che negli anni ’60, il decennio dei sogni, rappresentava uno dei paradisi dei movimenti hippie, luogo delle libertà e della pace. Inoltre l’isola tailandese è stata la maggiore vittima dello tsunami che solo otto anni prima aveva ucciso e distrutto e la immaginavo ferita e sofferente.

Phuket si è subito presentata nella sua veste più abituale: un bordello, sia in senso figurato (centinaia di nuovi alberghi sulla costa, traffico di macchine, motorini e pullmann senza controllo, orrendi negozi di souvenir, nessun legame con la tradizione orientale) e in senso letterale ( ragazzine e bambine tailandesi in coppia con uomini di mezza età di ogni nazionalità, in spiaggia, nei ristoranti o nel più famoso quartiere di Patong sede di locali con squallidi spogliarelli e lap dance). Non mancavano numerose coppie gay ed etero che si godevano il tramonto in spiaggia coccolati dalle famose massaggiatrici thailandesi che promettono nella tariffa un “happy end” e gruppi di ragazzi in vacanza che organizzavano la nottata con alcol, eccitanti chimici e ragazzine locali.

Nessun giudizio morale ma solo la visione della decadenza dell’impero.

La mattina successiva, sveglia all’alba a causa del jet lag, il mare turchese della spiaggia di Phuket, mi ha riconciliato con un luogo splendido ed amato da Hermann Melville e John Lennon.

Isole Similan e Burma Banks. Intervista strappata a JawJaw, giovane birmano, che ha scortato e controllato per cinque giorni la nostra barca.

Lascio ad altri siti specializzati il racconto delle mie meravigliose immersioni nel mare delle Andatane per raccontare l’incontro, anche in mare, con una realtà sociale povera e non libera.

Entrati nelle acque territoriali birmane, dopo una lunga attesa nel paese costiero di per le lunghe pratiche doganali, il ritiro dei passaporti (ci saranno riconsegnati al ritorno) e il pagamento di 200 dollari a testa per le tasse turistiche (soldi che andranno a rimpolpare le tasche dei militari che da cinquant’anni opprimono il popolo birmano), è salito a bordo un giovane che ci avrebbe accompagnato e controllato per la durata del nostro soggiorno in Birmania. Di seguito quello che sono riuscita a farmi raccontare dopo cinque giorni di domande:

Jawjaw, il suo nome in italiano è Giorgio, appare subito discreto e gentile, sempre sorridente tipico dei popoli orientali. Giorgio si è rivelato al primo stop della barca un ottimo nuotatore e un esperto di mare. Molto disponibile con tutti ci aiutava nella risalita in barca e ci chiedeva delle meraviglie sottomarine che avevamo ammirato. Ha dormito per tutto il periodo sulla dinette della sala da pranzo sotto il getto gelato dell’aria condizionata che la sera senza farci notare chiudevamo per non farlo ammalare.

Non molto alto e magrissimo, all’arrivo indossava lunghi pantaloni blu almeno il doppio della sua taglia, camicia a righe e cinta nera in finta pelle. Il giorno seguente, acquisita un po’ di confidenza, ha assunto un’aria più sportiva e ha indossato un costume e una maglietta probabilmente prestata dai ragazzi dell’equipaggio.
Giorgio ha ventotto anni anche se ne dimostra molti di meno, si è sposato molto giovane come è nella tradizione del suo popolo e ha un figlio.

Gli ho chiesto in cosa consiste il suo lavoro.

Lavora da più di cinque anni per l’ufficio del turismo birmano e si ritiene molto fortunato poiché è consapevole di vivere in un paese non ricco. Ogni volta che un tour operator fa richiesta per una crociera subacquea, non viene rilasciato più di un permesso a settimana, lui prepara esattamente l’itinerario che ritengo sia sempre lo stesso. Spedisce quindi l’itinerario nella capitale per l’approvazione. Quando la barca arriva al confine birmano, lui sale a bordo per controllare che il capitano segua l’itinerario approvato dalle autorità. Una volta rientrato in ufficio manda un rapporto alla capitale.

Gli ho chiesto se farà rapporto alle autorità sui numerosi pescatori di frodo che abbiamo trovato lungo la navigazione che adoperano una tecnica di pesca vietata in tutto il mondo come la dinamite. Giorgio mi ha sorriso e mi ha risposto dolcemente di no, tanto il mare è talmente grande che il governo non ha i fondi per poter fare controlli a tappeto.

Ho insistito dicendo che in questo modo si rovina per sempre un tesoro naturalistico che potrebbe essere una fonte di ricchezza per il paese.

La sua risposta è stata evasiva dicendo che i pescatori non sono birmani, ma tailandesi e malesi e bisognerebbe accordarsi con quei paesi.

Naturalmente non è vero, le leggi sul mare affermano che un paese è sovrano sulle proprie acque territoriali. Nella storia della marineria sambenedettese, molti pescatori sono stati ospiti delle prigioni croate per aver pescato nelle loro acque.

Ho chiesto infine a Giorgio se per caso i pescatori malesi e tailandesi non pagassero tangenti alle autorità birmane per avere campo libero.

Giorgio non mi ha più rivolto né la parola né il suo sguardo dolcissimo.

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