Marche Centro d’Arte: il progetto dietro le quinte di una mostra

Roberto Cicchinè "Prossimità e Distanza" stampa fotografica, foto di Marco Biancucci

Soffermarsi e approfondire il percorso dei singoli artisti presenti sul territorio permette molteplici considerazioni. Se l’analisi abbraccia un arco temporale ampio, si possono sostenere affascinanti teorie che ruotano intorno ad una radice identitaria, cercando di isolare quelle che sono le peculiarità degli artisti marchigiani. L’operazione, per quanto necessaria e importante, diventa realmente efficace solo se il discorso esce dai confini regionali per tracciare linee e connessioni con la parallela situazione esistente in Italia e all’estero. La Galleria Marconi di Cupra Marittima (AP) si è mossa su questi presupposti quando ha deciso di dedicare, unicamente ad artisti marchigiani, tre mostre all’interno della propria stagione espositiva. Marche Centro d’Arte è una rassegna, giunta quest’anno alla seconda edizione, che si articola in mostre collettive e personali e si concentra nei primi mesi dell’anno. Il primo appuntamento, inaugurato domenica 17 gennaio, ha visto protagonisti Roberto Cicchinè, Armando Fanelli, Niba e Ivana Spinelli.
La scelta del gallerista, Franco Marconi, di affidarsi a diversi curatori esprime la necessità di allargare il più possibile gli orizzonti offrendo approcci diversificati all’arte. Un atteggiamento di apertura che allontana il rischio, sempre latente, di limitarsi per comodità a guardare ciò che è intorno a se, si potrebbe dire a portata di mano, finendo per tirare delle conclusioni relative e parziali.

Quando mi è stato chiesto di occuparmi della mostra d’esordio della rassegna, nella stagione espositiva in corso, ho subito pensato a quegli artisti d’origine marchigiana che utilizzano linguaggi in rapporto dialogico con le più recenti teorie. L’affermazione della morte del Postmodernismo, da parte di Nicolas Bourriaud nel suo ultimo saggio “The Radicant”, è un indizio importante per capire lo spirito dei tempi che stiamo vivendo e la direzione dell’arte visiva contemporanea. Lo studioso articola la propria analisi sulla necessità di possedere radici mobili e temporanee che consentono all’artista di adattarsi ad ogni contesto con il quale viene in contatto. “Il Radicante” del titolo viene ad essere contrapposto “al Radicale” denotando la mobilità mentale e fisica che l’artista deve possedere.

Un cambiamento che conduce verso una direzione ben diversa rispetto alle linee avanguardistiche del Novecento, sorrette da manifesti programmatici, e dallo sviluppo di teorie lineari e progressive. I presupposti messi in luce da Bourriaud conducono a sancire la nascita di un nuovo periodo, quello dell’Altramodernità. L’importanza della tesi sostenuta non passa inosservata e la mia intenzione è stata quella di scegliere artisti che si inserissero a pieno titolo nella contemporaneità. È chiaro, dunque, come svanisca ogni intenzione localistica o identitaria e le origini marchigiane restino sullo sfondo come un elemento da considerare, ma affatto influente sulla poetica. Il progetto curatoriale si è mosso, dunque, in questi termini pur distanziandosi dalla pura teoria per spostare l’attenzione verso le singole opere. Se, infatti, la base concettuale della mostra è racchiusa nell’affermazione di Bourriaud: «L’unico spazio da esplorare rimasto in un mondo googlearthed, controllato in ogni metro dal satellite, è il tempo», la scelta degli artisti e dei lavori presenti si pone quale approccio soggettivo a tale riflessione. Attraverso gli interventi proposti si arriva a sostenere un particolare concetto di tempo, il moto simultaneo, che si rende tangibile esclusivamente nel linguaggio visivo. Solo l’immagine riesce a mostrare l’istante esatto del presente, il momento dell’attraversamento, l’attimo compreso fra il passato e il futuro. Nell’ambito di tale considerazione si inserisce “Prossimità e Distanza” il lavoro di Roberto Cicchinè.

Nello scatto fotografico l’artista blocca l’oggetto dato alle fiamme prima che questo venga completamente distrutto dal fuoco. Nei quattro pannelli installati gli elementi sono in scala reale suggerendo, mediante lo spazio vuoto del fondo, la presenza della figura umana. Tratti dal vissuto personale dell’artista, gli oggetti scelti funzionano da indicatori generazionali data la loro immediata identificazione e affermano l’importanza del passato, il suo necessario superamento, per sviluppare il futuro. Nel video “Permeato” di Armando Fanelli, che espone anche due foto appartenenti ad un altro lavoro “Output Inside”, i complessi nodi relazionali che compongono l’esistenza individuale finiscono per rendersi visivamente percepibili. Tracce che prendono la forma di lettere, segni e parole andando a formare, direttamente sulla pelle, una sorta di mappa emotiva. L’epidermide viene considerata come una membrana sottile che si lascia attraversare involontariamente consentendo al tempo di stratificarsi, formando il vissuto. Un costante passaggio che il video sottolinea anche avvalendosi della colonna sonora, di Marco Zaccari, caratterizzata da un ritmo ciclico, scandito dal battito del cuore.

Armando Fanelli "Permeato" frame da video.

Si potrebbe pensare che diventa più difficile cogliere lo scorrere del tempo se la materia utilizzata è inerte, eppure in mostra è presente una scultura in terracotta smaltata interamente modellata a mano. “White in the mirror” di Niba è un’opera dal forte dinamismo, in cui l’espediente dell’immagine speculare consente all’artista di muoversi con libertà. Il passaggio temporale, in questo caso, viene ad essere racchiuso nell’azione suggerita, venendosi a formare un doppio punto di vista, quello della figura reale e quello del suo riflesso. Un gioco di ambiguità che nell’assenza d’identità delle figure e nel ricorso all’immaginario fetish, i corpi sono racchiusi in aderenti tute di latex, mette in evidenza la futilità del solo apparire.

Niba "White in the mirror" terracotta smaltata, foto di Marco Biancucci

Ivana Spinelli diversifica nella modalità di presentazione il proprio intervento. “Perfect home” è un grande disegno su carta, di cm 1,50×1,50, in cui oggetti appartenenti all’ambito domestico vengono disposti a spirale. Un moto che nel momento in cui sembra venir generato dal centro della composizione diventa opposto, dando l’impressione di procedere dall’esterno verso l’interno, terminando nella sagoma centrale dall’inquietante morfologia a teschio. L’artista accosta, a questo lavoro, una video-animazione che viene trasmessa attraverso lo schermo televisivo. In “My home, my dream, my isolation” gli stessi oggetti presenti nel disegno, quelli propri di un contesto abitativo, si alternano gli uni agli altri singolarmente. Il movimento simula, da un lato, quello dell’offerta pubblicitaria e, dall’altro, nega agli oggetti la loro stessa natura. La grana della carta lasciata in evidenza e il contorno in semplice matita, assegnano a tali figure lo status di idee. Oggetti che si trovano in bilico fra l’affermazione e la scomparsa, fra l’essere progettati per una futura realizzazione e il restare esili tracce, destinate a dissolversi.

Ivana Spinelli "Perfect home" disegno su carta;

2 commenti

  • [...] Marche Centro d’Arte: il progetto dietro le quinte di una mostra [...]

  • Giorgio Pignotti scrive:

    Ho visto l’esposizione,davvero piena di spunti e riflessioni! Per non dire bellissima,ovviamente.
    In questo caso la curatrice,come sempre,rende onore al suo ruolo.E lo scritto qui pubblicato,curatissimo e avvolgente, riesce fondamentale per chi non ha ancora avuto la possibilità di visitarla e utile anche a chi,come me, l’ha già vista! Leggendo,ho notato considerazioni e una visione più ampia del progetto,che non avevo assimilato appieno.
    Quindi,
    Grazie per il vostro lavoro.

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