Valentina Conti e i “Cento intellettuali”
Scritto da Lucilio Santoni il 27 gennaio 2010
Conversazione con Valentina Conti, organizzatrice del convegno “CENTO INTELLETTUALI PER LE MARCHE” che ha avuto luogo alcuni giorni fa ad Ancona
Santoni: L’invito che lei ha mandato ai cento intellettuali diceva: “La speranza è che per una volta la politica possa essere ispirata dalle idee della cultura.” Dopo il convegno, la speranza si è rafforzata? La ritiene giustificata e non semplicemente un’utopia?
Conti: In questa fase è difficile dare delle risposte. Sarebbe già molto riuscire a porsi le domande giuste. Potrei rispondere alle sue domande con altre domande. Il mio intento era quello di ritrovarsi a pensare per tentare di muovere le acque stagnanti di quella che un amico ha definito la “sacralità immobile della politica”: ci sarò riuscita?
S.: Il pensiero critico, lei dice, non esiste più. Si può dire tutto e il contrario di tutto. E questo, a mio parere, non è indolore. Altro che anestetizzate! Mi sembra che le persone che abbiamo intorno siano immerse nel dolore, che talvolta rende la vita pressoché invivibile. Pertanto sono costrette, per tirare avanti, a assumere droghe, farmaci, psicofarmaci, e ad aggrapparsi a tutte le altre dipendenze che conosciamo. Cosa ne pensa?
C.: Hannah Arendt parlava di banalizzazione del male. L’assefuazione al peggio sembra caratterizzare anche l’età contemporanea, la politica, per citare Baudelaire, produce l’avvilimento dei cuori e ciò che è peggio porta alla rassegnazione, alla noia, alla indifferenza. In effetti io fumo molto. Sarà anche questa una forma di dipendenza?
S.: Kennedy diceva: “Non chiedetevi cosa può fare l’America per voi, bensì cosa potete fare voi per l’America”. Ecco, allora, le chiedo, cosa possono fare gli intellettuali per le Marche?
C.: Sarebbe già molto se riuscissero a fare gli intellettuali. Voglio dire: se avessero lo spazio per parlare e qualcuno che li ascolti. La figura del savant che si mette al servizio della collettività ha caratterizzato la vita pubblica di tutto il 900. In una società dominata dal chiacchiericcio televisivo, fatto di gossip e ingiurie, riuscirà l’intellettuale a recuperare un ruolo da protagonista? Potrà tornare a pensare e parlare sottovoce senza bisogno di “urlare”?
S.: Una terra dove si vive bene è una terra dove tutti coloro che la abitano condividono, sia pure in misura minima, quell’inquietudine alta che è propria dei grandi uomini. Nelle Marche si vivrà meglio, credo, quando l’ultimo dei contadini o dei pescatori si sentirà un po’ partecipe dell’inquietudine di Raffaello, di Leopardi e di Licini. Come fare perché ciò si realizzi?
C.: Lo scollamento della società, credo, è nei confronti della politica e non dell’arte. Nel contadino e nel pescatore già c’è l’inquietudine di Raffaello, di Leopardi, di Licini. Anzi: Raffaello, Leopardi e Licini hanno l’inquietudine proprio perché questa già esiste nel contadino e nel pescatore: loro riescono ad esprimerla, a dare voce al “sentimento di noi stessi”. La domanda è un’altra: la politica riesce a percepire la nostra inquietudine? Platone si chiedeva: il vasaio fa i vasi in quanto è vasaio, o è vasaio in quanto fa i vasi?
S.: Mi è piaciuta molto l’idea del pensatoio, come lei la definisce. Crede che l’esperienza potrà continuare? Gli intellettuali marchigiani avranno finalmente un luogo dove incontrarsi, un “Punto di raduno”, tanto per citare il poeta Eugenio De Signoribus?
C.: I presupposti ci sono. Ho sempre pensato che questo primo appuntamento dovesse essere solo un punto di partenza. Eugenio De Signoribus non ha partecipato, però. Se la invito lei verrà anche la prossima volta?
Un commento
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Gentili signori.. leggo che “non si può dare una risposta..” , che “..è un punto di partenza..” che ” lo scollamento della società..”.. insomma dietro i soliti idealismi e le apparenti buone intenzioni, propagandate a spese comuni, si tenta di mantenere chiuso il circolo intellettuale e null’ altro ! Gli intellettuali, come i politici, devono alzarsi dalla poltroa del salotto, fare esperienza sul campo di battaglia della sopravvivenza, della giustizia, ovvero dell’ ingiustizia.. Occorre un convegno congiunto con 100 contadini illuminati che riportino gli intellettuali a cercare la validità della filosofia epicurea mentre invece assistiamo impotenti ad “Epicuri de grege porcum”.. Gli intellettuali non devono esimersi dalla vita vissuta, altrimenti descriveranno sempre il dolore virtuale, le passioni virtuali, l’amore virtuale, la giustizia virtale.. salvo a ravvedersi quando vengono estromessi dal tempio da qualche populista di turno.. Cordialmente