Maria Chiara Calvani in mostra nella galleria Edieuropa

Riflessioni sul lavoro di una giovane artista, romana d’adozione, Maria Chiara Calvani, in mostra nella Galleria Edieuropa, a cura di Sara Rella, nell’ambito di una rassegna dedicata alla video-arte contemporanea.

Sin dalla nascita è con noi. Se volessimo disfarcene non riusciremmo a cancellarlo del tutto. In qualche angolo buio, anche solo della nostra coscienza, ne resterebbe traccia.

Veduta dell'installazione_Video Intenti_Galleria Edieuropa_Roma_2009

«[…] È un nome così comune … qualche volta avrei voglia di dimenticarlo anch’io. Purtroppo però non è che uno se lo possa dimenticare facilmente, il proprio nome». Sono le parole che Murakami Haruki fa pronunciare a uno dei protagonisti di After Dark e conducono direttamente a ciò che più mi interessa: riflettere sul nome. Non lo si può scegliere, viene imposto, ed è un attributo identitario al pari dell’aspetto fisico. Il nostro nome siamo noi stessi. In Un cuore in estate, recente video-intervista a Lucilio Santoni, ho ritenuto di iniziare proprio da questo, dal suo nome. Un nome racconta molte cose; è sempre figlio del proprio tempo. Conservo una piccola agenda dove annoto i nomi che più mi hanno colpito: Arcangelo, Sestilio, Settimio, Quirino, Virinia e, quando è possibile, anche i soprannomi: Ilarione detta Ione, Elodia detta Laurina. All’interno di una comunità un soprannome può arrivare ad identificare un nucleo familiare per generazioni.

Pochi giorni fa, una signora che conosco, mi ha raccontato l’origine del proprio nome. La storia riporta indietro, alla Seconda Guerra Mondiale, quando il padre perdette un caro amico. Lui sopravvisse mangiando bucce di patata, mentre il suo compagno non ce la fece e così decise che avrebbe mantenuto vivo il ricordo di quella persona dandone il nome al proprio figlio. Nacque una femmina e, anche se il nome era tipicamente maschile, la promessa andava mantenuta. In quella “a” finale, insolita, si conserva una memoria, viene a sedimentarsi il tempo, si veicolano dei contenuti.

In After Dark potremmo assegnare ad alcuni nomi proprio il ruolo di “rafforzativi semantici”, come nel caso delle due sorelle protagoniste: «[…] Eri e Mari. Solo una sillaba diversa». Puntualizzazione non da poco, che sposta l’attenzione sulle loro esistenze e, più in generale, sugli innumerevoli condizionamenti a cui si viene sottoposti. «Prendi voi due, per esempio, – citando ancora il romanzo di Murakami Haruki – siete nate dagli stessi genitori, siete cresciute nella stessa casa, siete entrambe ragazze: come mai avete sviluppato due personalità completamente diverse? C’è stato un momento in cui le vostre strade si sono divise?».

Il modo di pensare, di agire, di essere di una persona è la risultante di una serie di fattori. Su questo, sui condizionamenti consci e inconsci, si concentra una parte del lavoro di una giovane artista, romana d’adozione, Maria Chiara Calvani (Perugia, 1975): «A volte non si è ciò che si pensa di essere, ma quello che gli altri ci hanno voluto cucire addosso senza lasciarsene accorgere, questo è un fatto. Arrivare ad esserne coscienti è possibile, questo è un altro fatto. Il terzo fatto è questo: possiamo liberarcene?».

Il secondo appuntamento di Video Intenti, conclusasi lo scorso 24 ottobre a Roma presso Palazzetto Cenci sede della Galleria Edieuropa, ha visto protagoniste Maria Chiara Calvani e Silvia Camporesi. L’evento, a cura di Sara Rella, rientra in una rassegna dedicata alla video-arte contemporanea. In Non ci sono più numeri da prendere, la video-installazione di Maria Chiara Calvani, l’artista attinge alla propria infanzia evocando le storie che la nonna le raccontava nei pomeriggi di primavera per farla addormentare. Parole e voce che sono entrate a far parte di lei, indissolubilmente legate al suo essere nel mondo, alla sua quotidianità.

Nel video si vede la mano di una donna anziana intenta a ricamare; l’ago buca il tessuto, ripetutamente, entrando senza mai uscire. Un movimento insistito, ossessivo, ipnotico, che si accompagna al ritmo della storia di Sant’Alessio narrata dalla nonna dell’artista. La sua voce risuona nell’ambiente dove, accanto al video, è esposto un abito in cotone bianco. Un vestito sul quale l’artista ha ricamato, lettera dopo lettera, tutto il testo della filastrocca che udiamo raccontare. Le parole si susseguono, l’una dopo l’altra, avvolgendo la veste con un andamento spiraliforme che dal collo arriva fino all’orlo della gonna.

Dal racconto orale alla parola scritta, i contenuti si tramandano da una generazione all’altra e penetrano in noi, nei nostri gesti, nel modo di vivere. Allo stesso modo, Maria Chiara Calvani si sofferma sulle ninne-nanne. Le espone ricamate con del filo bianco su tela bianca di cotone. Tu che mi guardi tu che mi racconti – mothers and daughters stories sono presenze silenziose, storie in cui non trova posto il canto. La solitudine non viene colmata.

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