Calpestare l’oblio diventa un libro

La voce della poesia contro le insistenti minacce alla costituzione repubblicana e il degrado della vita culturale della nazione.

Intervista di Maria Teresa Rosini a Davide Nota

L’iniziativa dei poeti italiani partita nel novembre scorso dal blog La Gru e che ha trovato nell’incontro dell’8 gennaio a Roma il suo momento pubblico più significativo, si concretizza ora in una pubblicazione che verrà presentata sabato 20 febbraio alle ore 17.30 presso l’Hotel Progresso di San Benedetto del Tronto.

Presenti alla manifestazione il promotore di Calpestare l’oblio, Davide Nota, Olimpia Gobbi, assessore alla Cultura della precedente amministrazione provinciale, il professor Gino Troli, Enrico Piergallini, che vi ha collaborato come poeta, e Lucilio Santoni, poeta ed editore del libro.

In occasione di questo evento abbiamo intervistato il giovane poeta Davide Nota, la cui passione etica e culturale e la cui determinazione hanno costituito il “motore” dell’iniziativa a cui hanno aderito alcuni tra i più importanti poeti contemporanei italiani oltre che numerosi giovani poeti esordienti.

In un momento in cui la lingua, le parole, sembrano tendere trabocchetti più che chiarire i dati di realtà e in cui arriviamo a chiederci davvero, di fronte allo specchio distorto nel quale siamo costretti a guardarci, chi siamo, chi siamo stati e dove siamo oggi, il linguaggio poetico possiede sicuramente maggiori possibilità e maggiore libertà di dare voce a ciò che sentiamo.

Ma è un linguaggio (e lo testimonia lo spazio insufficiente che la poesia ottiene nelle scelte dei lettori) quasi per iniziati, di non facile approccio se non attraverso un tirocinio personale ottenuto da una frequentazione assidua e da una vocazione interiore verso la verità dell’esistenza.

È possibile far arrivare la poesia, e una poesia che si pone l’ambizioso obiettivo di essere militante, a tutti coloro che comunque avvertono acutamente la fame di verità e il desiderio di resistere all’imbarbarimento del presente, ma non possiedono adeguati strumenti culturali e sufficiente coraggio per accedervi?

Hai centrato un tema fondamentale di tutto il discorso che stiamo affrontando con il lavoro de «La Gru» e l’operazione Calpestare l’oblio, quello appunto della cosiddetta autoreferenzialità del genere poetico, che come tutti i linguaggi necessita certamente di una “iniziazione” e di una capacità di decodificazione, che non vuol dire però operare una traduzione intellettualistica o scolastica di una lingua artificiale o morta ma contenere una educazione sentimentale al suono e al canto, alla visione e al pensiero poetante. In alcuni momenti della nostra storia la visione sentimentale della comunità si è fatta voce popolare e coro della comunità, il poema, in altri momenti invece si è fatta voce individuale in relazione con altri individui, la lirica. Ecco, ci sarebbe da chiedersi più che altro il motivo per cui la nostra comunità non ha ritenuto più necessario tramandarsi tale educazione e sensibilità, che in definitiva è la capacità di “iniziare” le nuove generazioni ad una visione complessiva e collegata dei fenomeni del mondo, per cui anche un sonetto d’amore parla di una visione del mondo e delle relazioni così come una siepe di Recanati ci parla della coscienza che un individuo storico ha di sé, e questo avviene nel testo ma poi ecco che diventa un modo di pensare e di vedere le cose della realtà e della vita. Una educazione e sensibilità che, in senso inverso, ci fanno anche capire ad esempio come le questioni politiche non siano “solo” disquisizioni autoreferenziali che avvengono dentro le pareti stagne di un alienato mondo burocratico o tecnico ma come invece siano momenti di un unico e complessivo disegno che possiamo chiamare generalmente “cultura” e il cui ordito invisibile conduce anche alle nostre vite private, ai nostri problemi personali di tutti i giorni, ai disagi psicologici di cui soffrono i nostri adolescenti, ai nostri limiti incarnati e inconsci. Tutto è collegato, un fiore è anche il contesto di cui si è nutrito, perché la materia nulla scorda e anche una pratolina conosciuta in un parchetto della periferia ascolana mi parla della speculazione edilizia, del sole che non arriva a terra, del pianto che un adolescente ha lasciato scivolare tra la panchina e il terreno, e questa epifania, questa apparizione totale, mi chiede di interrogarmi, e di indignarmi, sulle origini di quel pianto, sulla tristezza impressa in ogni singolo petalo di quella pratolina. Ecco, questo per me vuol dire educarsi alla visione poetica. Distillare dall’infinitamente piccolo la chiave di interpretazione dell’universo complesso dei fenomeni. E una società, o meglio, un intreccio di poteri che ha dominato nell’ultimo trentennio la società italiana fondando il proprio controllo sociale sulla disgregazione degli individui e sulla separazione coatta dei fenomeni per cui tutto il reale apparisse arbitrariamente preesistente, inconoscibile ed irremovibile, non poteva che essere radicalmente e naturalmente nemico della poesia, così come è stato inconsciamente nemico di ogni spazio di riflessione e di socializzazione non traducibile in rendiconto immediatamente spendibile e strumentalizzabile, spazio che infatti il potere italiano ha rimosso prima dalla comunicazione e poi dalla società. Questo è l’oblio che vogliamo calpestare, ma non basterà di certo una generazione. L’educazione al canto e alla visione poetica non è una iniziazione elitaria, per laureati in italianistica. La chiamata poetica è la sete di esistenza, quella sete di sincerità, di totalità e di vita che ci mostra per contrasto l’insopportabile finzione e disumanità della nostra scenografia quotidiana. Voglio con questo dire che non vi è scuola più adatta ad apprendere la poesia che la scuola della strada e delle nostre periferie, perché la parola poetica ritrovi il suo più naturale auditorio, il suo più limpido senso e la sua missione che si chiama condivisione sentimentale e sincerità radicale. Le migliori letture che ricordo di aver fatto sono state organizzate dai ragazzi amici delle associazioni culturali e giovanili della vallata del Tronto, o in altri contesti vivi, curiosi e limpidi, assetati. Vien da sé che le peggiori sono state quelle organizzate nei salottini incipriati o nei noiosissimi festival delle capitali della Cultura intesa come burocrazia delle spartizioni dei fondi, dove la poesia si svilisce a pedante artigianato scolastico con annessi sorrisi ipocriti, riconoscimenti seriali e nessun sentimento, nessun sogno, nessun senso. Le Marche degli ultimi anni sono state invece infuocate di spontaneismo poetico, anche senza alcun patrocinio abbiamo vissuto momenti autogestiti di grande emozione e partecipazione, e questo credo che rappresenti davvero una sorta di laboratorio nazionale che noi della Gru abbiamo chiamato “la scuoletta marchigiana” e che credo in qualche modo risponda anche ai tuoi interrogativi.

Riguardo l’attacco di cui siete stati oggetto da parte dei giornali di “regime”, essi si pongono l’obiettivo di sminuire le vostre opere facendo leva sull’ idea che solo ciò che è semplice, cinico, concreto e retorico è degno di essere rappresentato sul palcoscenico di una mistificata realtà. E usano categorie antiquate per spiegare iniziative, come la vostra, che sostanzialmente non sono in grado di comprendere. Come può essere pubblicamente svelato questo inganno? Serve farlo?

I giornali di potere trasudano l’ideologia del trentennio berlusconiano, ignorano la poesia e non sono in grado di intenderla se non attraverso la strumentalizzazione per cui un’operazione di cento poeti italiani che hanno denunciato l’oblio della comunicazione italiana sui temi della cultura, della poesia e della memoria può essere interpretata solo attraverso la riduzione al concetto mediocre dei “poeti ingaggiati da L’Unità contro Berlusconi”. Critiche sterili, strumentali e senza alcun argomento fondato attorno a cui avviare un pur didascalico dibattito. Una pura e semplice derisione da salotto che ci mostra anche la cifra di un certo intendere il giornalismo come bullismo della comunicazione e non come luogo di confronto e pensiero tra esseri umani. Al di là del fatto che hanno dimostrato di ignorare praticamente tutti i nomi presenti, non hanno nemmeno capito che l’operazione Calpestare l’oblio non nasceva da qualche redazione romana ma dalla periferia della provincia ascolana, da un gruppo di poeti tra i venti e i trent’anni che hanno messo in piedi con le proprie forze autonome un documento sottoscritto da alcuni dei più importanti autori italiani su alcuni temi sentiti e sofferti. A questo appello hanno risposto come bulletti, cercando di spingerci a terra. Ecco, ad un media che si mostra così sfacciatamente nemico della parola ed amico dell’oblio non possiamo che rispondere con i nostri versi, e all’ipocrisia di chi si serve delle parole al fine di una mistificazione della vita non possiamo che rispondere con la nostra poesia che è serva della parola e della vita, e cioè della sconveniente sincerità dell’atto e della necessità espressiva. Insomma, quel che deve essere sarà. Non si chiede ad un poeta altro che essere poeta, limpido e sincero come la neve. E di cantare il proprio canto alla gente che ha cuore, orecchio e mente, al contrario dei cinici e mediocri padroncini del linguaggio di massa.

Qual è secondo te e se è possibile esprimerlo, la connotazione principale del linguaggio poetico e quali le differenze rispetto a quello della prosa? V. Woolf diceva che gli scrittori sono visionari… aggiungerei che queste visioni si riferiscono per la poesia ma non solo, più a paesaggi interiori, a stati affinati di coscienza che possono trovare le strade più varie e sorprendenti di manifestarsi…

Carver, ad esempio, scriveva poesie oserei dire in prosa …..

La poesia è un’immagine condensata di senso e suono che contiene in sé infinite domande e risposte che risuonano nell’inconscio dell’auditore. Ad esempio, tu credi di ascoltare il significato razionale che leggi e nel frattempo nel tuo sangue risuonano le rime. Faccio un esempio elementare: se amore fa rima con fiore è un conto, mentre se fa rima con depuratore il passaggio lirico assume a livello percettivo un’altra significazione di cui nemmeno ti accorgi, perché stai pensando al significato razionale dei termini. E poi c’è il ritmo, la prosodia e la metrica che ansimano come cavalli in fuga o lentamente avanzano come il passaggio umano, oppure crollano come gli smottamenti terrestri o riposano come il nostro mare Adriatico in cui d’estate troviamo pace. Ecco, la poesia è il pensiero, il significato razionale che si sviluppa in armonia o in disarmonia con il significante sonoro, e tutto ciò avviene naturalmente e in sé, si auto-genera come l’immaginazione mentre cammini solitario nel sentiero di un bosco, nella polifonia del ronzio degli insetti e dei rumori di fontana e legno franto, e c’è un ordine minuzioso perché al battito d’ali corrisponda il tuo voltarti e scoprire il tramonto. Allo stesso modo c’è un ordine minuzioso e necessario perché ad un’assonanza corrisponda un “a capo” oppure un radicale cambiamento di tono, o qualunque altra scelta stilistica che in poesia non è mai arbitraria né può mai essere gratuita. Questa forse è la più grande differenza con l’universo della prosa. Certamente come dici può esistere anche una poesia in forma di prosa, così come al contrario la poesia non riuscita è spesso prosa in forma di poesia. Con questo ti rispondo, nel senso che a mio avviso la prosa è una traduzione divulgativa ed estesa di un’immagine che la poesia condensa musicalmente e consegna come un fiore contratto di significati. Ma sono due mondi diversi, non si possono fare confronti e nemmeno si può delineare una linea precisa di demarcazione perché sì, credo anch’io che alcuni autori possano essere considerati grandi poeti della narrativa. A mio avviso i migliori, da Manzoni a Proust, da Tozzi a Pasolini, solo per citare alcuni classici.

Può essere definita come responsabilità dei poeti il loro restare ai margini, lo spazio sostanzialmente elitario che questa forma d’arte, come altre, finisce con l’occupare nell’ambito della domanda- offerta di prodotti culturali? La scuola può essere ritenuta responsabile della scarsa frequentazione della poesia nella nostra società?

Ho in parte già risposto. La scuola non regge alcun tipo di confronto con l’egemonia acculturante del mezzo televisivo. Potresti anche obbligarmi a stare a scuola fino a cento anni ma nella vita di tutti i giorni imiterò i modelli della televisione, che sono plasmati a immagine e somiglianza del nostro attuale potere politico ed economico, e non di certo Leopardi insegnato come una nozione pedante e scollegata dalla mia vita reale. Così i modelli sono oggi quelli della competizione egoistica, del menefreghismo, dell’individualismo senza individualità e della superficialità più banale e piallante. Tutto questo contiene però anche l’altra faccia della medaglia che sono i disagi psicologici da cui la nuova generazione è largamente assediata e devastata, dall’anoressia delle adolescenti all’isteria competitiva che conduce al tunnel delle droghe come narcotico o come eccitante per apparire o per illudersi di essere altro da sé. La poesia e l’arte, invece di essere insegnate come nozioni per passare l’anno ammorbando intere generazioni con parafrasi avvilenti e date di nascita, dovrebbero mostrarsi per quel che realmente sono: espressione e condivisione di un’esperienza vitale, nutrimento esistenziale e di pensiero vivente. E infatti i ragazzi poi vanno a tradurre i testi dei gruppi rock e ci trovano quello che la scuola ha negato loro, e cioè l’immersione sentimentale e individuale nella linfa vitale della poesia, e sostituiscono l’originale, la poesia complessa, con un surrogato, il testo del cantante. Tornando alla tua domanda, parallelo al processo di rimozione da parte della comunicazione nei confronti della poesia, vi è stato il processo speculare dell’auto-reclusione dei poeti dalla realtà, per cui il mondo poetico degli ultimi trent’anni assomiglia più ad un museo di fossili patrocinato da qualche assessore regionale piuttosto che a qualcosa di vivo e palpitante. Una vetusta schiera di docenti e assistenti che presentano i loro libri in desertiche aule universitarie alla presenza di altri docenti e assistenti. Questo perché anche loro sono schiacciati da un senso di profondo pessimismo nei confronti di un mondo con cui non riescono più a relazionarsi e stanno annegando dentro quella ideologia della separazione che vuole ogni settore della società specialistico e alienato dal contesto fino all’asfissia. Con tutta la comprensione umana possibile nei confronti di questo stillicidio patologico, non possiamo non ribellarci. Le Marche grazie al cielo sono una terra fertile per questo tipo di discorso, e densa anche di grandi poeti che dalla propria marginalità accademica hanno prodotto le migliori opere dell’ultimo Novecento. Il discorso della diffusione, a mio avviso, non può riguardare solamente la scuola, nel senso che non è realistico pensare che la scuola possa influire nella società delle comunicazioni di massa. O si crea una televisione che non sia nemica della scuola, oppure non possiamo fare assolutamente niente. Il discorso deve concentrarsi sullo sviluppo di una nuova idea di media alternativo al modello berlusconiano della lobotomia di massa. Ma chiaramente noi possiamo solo sperare che qualcuno ci stia lavorando, e dal canto nostro continuare a lavorare sul territorio reale, su eventi che non siano effimeri, sulle occasioni di incontro e sulla critica della separazione.

Come è possibile, in un’epoca in cui si moltiplicano scrittori e poeti (mentre calano sempre più i lettori) individuare un prodotto culturale autentico, ad esempio una poesia, e distinguerlo dagli esercizi rituali prodotti da esagerate sopravvalutazioni di sé? So che ti è stato già chiesto, ma vorrei che tu ribadissi cosa pensi di chi paga per farsi pubblicare o comunque ritiene l’essere pubblicato un punto di partenza e non un punto d’arrivo. Qual è secondo te la responsabilità delle case editrici, in questo senso?

Le piccole e medie case editrici sono nella più totale crisi. O chiudono, o fanno pagare gli autori. Gli autori possono pagare la stampa di qualche centinaio di copie del proprio libro e farlo girare. La distribuzione è ininfluente perché in libreria non vendono nemmeno i classici, dato che il nostro Paese dopo trent’anni di guerra anticulturale è vittima di un analfabetismo alfabetizzato pauroso. Dunque, al di là della chimera delle vendite in Italia, stampare oggi poesia può essere esclusivamente un’operazione mirata. Si stampa un libro per comodità o per affetto artigianale, e si distribuisce come consegnando una lettera a mano. Ognuno faccia quel che vuole, se ha soldi da investire per una bella edizione li investa, altrimenti porti in giro la sua opera rilegata a mano, come già faceva Roversi cinquant’anni fa. Insomma, l’importante è far viaggiare la parola come meglio si crede, che sarà forse una palla di neve lanciata contro un palazzo di cemento ma contribuisce sicuramente al canto sottocutaneo dell’epoca, e talvolta questo canto può farsi valanga. Non credo esista un criterio per valutare un poeta di livello da un poeta mediocre se non la forza della necessità espressiva che si sprigiona dall’opera e che si irradia e radica dentro la storia, ma questo avviene da sé e nel corso del tempo. Nell’intervista che citi avevo appunto detto che l’opera è sempre unica e postuma. Quindi a mio avviso non c’è alcuna differenza se un autore di trent’anni pubblica oggi con Mondadori, con un piccolo editore locale o con la stampante di casa. Galantuomo sarà il filtro della storia, quindi è meglio lavorare bene più che perdere tempo nella ricerca di contatti con case editrici, che appunto sono solo mezzi e mai finalità. Le celebrità letterarie nella società italiana del primo Novecento sono adesso note a piè di pagina perché non hanno superato la prova del tempo, mentre due esclusi ed incompresi come Saba e Campana sono i due più grandi poeti del nostro Novecento. Dobbiamo lavorare con tenacia e convinzione, leggere molto, proseguire il sentiero anche da soli ed essere sempre sinceri. Poi quel che deve essere, come già detto, sarà.

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