La poesia di Ettore Picardi, o della Necessità

Non so cos’è la Poesia. Forse nessuno lo sa di preciso, tranne i critici letterari: ma anche loro sono spesso in disaccordo.

Chi crede che per fare poesia basti riversare sul foglio impressioni fugaci o riflessioni effimere, andando a capo di quando in quando, produce raccolte imbarazzanti o vagamente morbose, che ricordano quei fogli di cartone con le farfalle infilzate sopra. Questa poesia intesa come superficie del pensiero non mi pare meriti la lettera maiuscola.

Altri credono che la Poesia sia uno strumento di conoscenza fra i più ardui da impiegare, perché mira a conciliare l’impalpabilità del sussurro con la solidità della legge, in una ricerca senza pudori e senza maschere all’interno di sé. Al tempo stesso, un tentativo di restituire alle parole e ai suoni la bella purezza che certamente avevano quando furono pronunciati per la prima volta.

Io non sono un grande lettore di poesie, i Poeti della mia vita sono sette o otto. Però ho avuto la fortuna di leggere per intero la prima raccolta di Ettore Picardi, Da una casa che non so dov’è. Quindi in più occasioni, in pubblico, ho potuto leggere ad alta voce alcune delle sue poesie. E come sempre avviene, alla lettura a voce alta il testo poetico riacquista la sua tridimensionalità, sviluppando l’aspetto sonoro che è insito nella sua stessa natura, e che la lettura mentale per forza di cose mortifica.

A questo punto, ogni possibile equivoco si è dissolto. È solo la Poesia autentica che si rivela in tutta la sua delicata potenza quando non è più letta, ma detta. Così ho potuto percepire pienamente, delle parole di Picardi, non solo e non tanto la ricchezza polisemica, l’inquietudine sintattica, l’uso magistrale delle figure retoriche – aspetti questi che risaltano anche dalla pagina scritta – quanto la musicalità limpida e discreta, di canzone, e la precisione infinitesimale con cui ogni termine scivola a prendere il posto a lui assegnato nel fiume della parola, dandoci l‘impressione che in nessun altro modo l’autore avrebbe potuto esprimere meglio ciò che esprime. Come a dire che la parola scritta quando si fa suono si conquista un senso di Necessità, trasmettendoci la sensazione, semantica e sonora, di aver toccato la giusta meta di un lungo percorso. Come fa un’aria di Mozart, o una sinfonia di Beethoven. Un’opera che sembra non avere tempo, nata solo ieri ma con l’aspirazione a rinascere nuova, sempre, ad ogni ascolto.

Ettore Picardi, “Da una casa che non so dov’è”, Canalini & Santoni 2009

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