Due volte. Una poesia limpida e dolente
Scritto da Giarmando Dimarti il 1 marzo 2010
DUE VOLTE
a Maria Tiziana Quintili, Katia Urbani e Marco Palazzi1
Due volte la morte
con la carie delle sue ossa
ha violato le porte tenere
delle mie aule – e me, maestro di parole -,
due volte consumò con il silenzio
i peschi dolci
delle inarcate primavere, dei mieli
solitari.
La prima, ancor giovane di legamenti
e di fuochi, di pelle dolcemente corteccia,
piombò dall’arazzo della sera
con acciai notturni ed occhi di sirena
mortali, affidando alla terra
le cicogne della notte. Sull’orologio
del tempo
avanzavano le ore come tarlati confratelli
per i sentieri muti delle lancette,
e la luce si raggrinzava in un oceano di corridoi
che si aprivano con dolore viscerale, e
correvano le ultime parole verso le prime
a chiudere il buco del buio.
due nomi, naufragando nel riposo, esplosero
febbrili come un neon. I gettoni
della festa
che corsero a precipizio rotaie dentate
tentarono energie e parenti
nell’ora vuota.
Sulla Girola
il marzo svenne d’improvviso: non ci furono
più stagioni
che potessero ricomporre steli
di diciassette frumenti, ma
solamente
furore di civiltà sgomenta sopra una targa
e dell’uomo
che disperde l’arnie rigogliose dei pensieri.
Tutti giunsero, anche i più dimentichi.
Tutti partirono, anche i più intimi.
Il pianto è un seme che nutre
poco profondo, il dolore
un pane che non basta al mezzodì.
Ciò che rimase
fu solo un silenzio grigio sopra il cielo,
una corolla di pietra, una fune di tronchi
luttuosi, una notte totale
annichilita della primavera.
La seconda, mentre il tempo nella sua ruggine
già intaccava il metallo impotente
del mio esistere, venne
nello sciamare turbolento di una moto
che in un attimo
impennò la sua inquieta potenza
e dal tachimetro cancellò tutti i numeri:
la strada si conficcò nelle lane dei pioppi,
la voce ascese
sopra il linguaggio dei giorni.
Ci fu
un silenzio che legò maggio e giugno,
e una speranza
che custodiva la possibile vita
prima di sciogliere il cuore,
perché lo schianto si avvertiva ingenuo
e la carne era immensa
sullo strapiombo dei pensieri.
Più volte i treni sopravvissero inquieti
dalla città stremata
scivolando sui palpiti,
spezzando l’oscurità del sangue;
ma non portarono né alla madre né agli amici
una vita cresciuta negli anni
che non arsero. L’inutile attesa
spalancò il tempo nella sua insolenza.
E sotto la tempesta che intenerì
la grandezza resistente dei cipressi,
nell’aria umida di profumi e di addii,
tua madre
scavata dalla povertà dei pensieri,
immensa come il lenzuolo
della tua nudità, con la mano
che mi raggiunse
gremita di acerbo
parlò ai miei intendimenti calpestati:
«È finita così
l’avventura d’un povero cristiano2».
Ma
a quale umano è concesso sconfinare
la propria avventura? Quale vita
non nutre nel suo tessuto liquido
uno oscuro male, una terribile impotenza
che ci vede marcire con le piccole verità
in fretta toccate
nelle dimore profonde, dove nemica
è la ragione?
Ai piedi dell’uomo c’è un vento di pietra
che traccia un fluire negato a tutto,
a tutti.
Cadono i giorni nel sudario del tempo.
Cadono i mesi nel lutto delle stagioni.
Cadono gli anni nel vagito dei neonati.
Dietro
le case, le città,
c’è solo una infinita sepoltura
dove risiede
tutto l’amore, tutto il sangue,
tutta la giovinezza. E solo
chi torna, anche di lontano,
non è mai partito.
1Le prime due alunne morirono, falciate da un’auto in località Girala di Fermo, il 4 marzo 1973; il terzo, schiantatosi con la moto contro un albero lungo la strada che da Fermo scende a Porto San Giorgio e sottoposto ad intervento chirurgico per trauma cranico, dopo un mese di ricovero si spense in Ancona il 10 giugno 1978.
2Opera di I. Silone che l’alunno stava leggendo prima dell’incidente mortale.
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