Due volte. Una poesia limpida e dolente

DUE VOLTE

a Maria Tiziana Quintili, Katia Urbani e Marco Palazzi1

Due volte la morte

con la carie delle sue ossa

ha violato le porte tenere

delle mie aule – e me, maestro di parole -,

due volte consumò con il silenzio

i peschi dolci

delle inarcate primavere, dei mieli

solitari.

La prima, ancor giovane di legamenti

e di fuochi, di pelle dolcemente corteccia,

piombò dall’arazzo della sera

con acciai notturni ed occhi di sirena

mortali, affidando alla terra

le cicogne della notte. Sull’orologio

del tempo

avanzavano le ore come tarlati confratelli

per i sentieri muti delle lancette,

e la luce si raggrinzava in un oceano di corridoi

che si aprivano con dolore viscerale, e

correvano le ultime parole verso le prime

a chiudere il buco del buio.

due nomi, naufragando nel riposo, esplosero

febbrili come un neon. I gettoni

della festa

che corsero a precipizio rotaie dentate

tentarono energie e parenti

nell’ora vuota.

Sulla Girola

il marzo svenne d’improvviso: non ci furono

più stagioni

che potessero ricomporre steli

di diciassette frumenti, ma

solamente

furore di civiltà sgomenta sopra una targa

e dell’uomo

che disperde l’arnie rigogliose dei pensieri.

Tutti giunsero, anche i più dimentichi.

Tutti partirono, anche i più intimi.

Il pianto è un seme che nutre

poco profondo, il dolore

un pane che non basta al mezzodì.

Ciò che rimase

fu solo un silenzio grigio sopra il cielo,

una corolla di pietra, una fune di tronchi

luttuosi, una notte totale

annichilita della primavera.

La seconda, mentre il tempo nella sua ruggine

già intaccava il metallo impotente

del mio esistere, venne

nello sciamare turbolento di una moto

che in un attimo

impennò la sua inquieta potenza

e dal tachimetro cancellò tutti i numeri:

la strada si conficcò nelle lane dei pioppi,

la voce ascese

sopra il linguaggio dei giorni.

Ci fu

un silenzio che legò maggio e giugno,

e una speranza

che custodiva la possibile vita

prima di sciogliere il cuore,

perché lo schianto si avvertiva ingenuo

e la carne era immensa

sullo strapiombo dei pensieri.

Più volte i treni sopravvissero inquieti

dalla città stremata

scivolando sui palpiti,

spezzando l’oscurità del sangue;

ma non portarono né alla madre né agli amici

una vita cresciuta negli anni

che non arsero. L’inutile attesa

spalancò il tempo nella sua insolenza.

E sotto la tempesta che intenerì

la grandezza resistente dei cipressi,

nell’aria umida di profumi e di addii,

tua madre

scavata dalla povertà dei pensieri,

immensa come il lenzuolo

della tua nudità, con la mano

che mi raggiunse

gremita di acerbo

parlò ai miei intendimenti calpestati:

«È finita così

l’avventura d’un povero cristiano2».

Ma

a quale umano è concesso sconfinare

la propria avventura? Quale vita

non nutre nel suo tessuto liquido

uno oscuro male, una terribile impotenza

che ci vede marcire con le piccole verità

in fretta toccate

nelle dimore profonde, dove nemica

è la ragione?

Ai piedi dell’uomo c’è un vento di pietra

che traccia un fluire negato a tutto,

a tutti.

Cadono i giorni nel sudario del tempo.

Cadono i mesi nel lutto delle stagioni.

Cadono gli anni nel vagito dei neonati.

Dietro

le case, le città,

c’è solo una infinita sepoltura

dove risiede

tutto l’amore, tutto il sangue,

tutta la giovinezza. E solo

chi torna, anche di lontano,

non è mai partito.

1Le prime due alunne morirono, falciate da un’auto in località Girala di Fermo, il 4 marzo 1973; il terzo, schiantatosi con la moto contro un albero lungo la strada che da Fermo scende a Porto San Giorgio e sottoposto ad intervento chirurgico per trauma cranico, dopo un mese di ricovero si spense in Ancona il 10 giugno 1978.

2Opera di I. Silone che l’alunno stava leggendo prima dell’incidente mortale.

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