Considerazioni sugli italiani a partire da Pirandello
Scritto da Gino Troli il 24 novembre 2009
Partendo dal verismo verghiano, ecco un viaggio alla scoperta dell’attualità delle riflessioni di Pirandello
Per un dibattito pirandellianamente nostro
Riguardavo per mio figlio Giulio, a cui la quotidianità scolastica non basta e occorrono stimoli che cerco di fornirgli con pazienza e spirito di abnegazione, l’orazione che un Pirandello sessantaquattrenne faceva per la Reale Accademia d’Italia nel 1931 su Verga ,con grande ringraziamento per l’onore che, con un tale compito, gli veniva tributato. Un discorso che vi invito a rileggere completamente per la straordinaria capacità che il già internazionalmente conosciuto Pirandello dimostra nel penetrare il significato più profondo dell’opera verista del suo conterraneo, dandoci tra le altre cose due chiavi di lettura di fondamentale importanza, la prima ancora attualissima per l’idea che esprime sul rapporto tra artista e pubblico, molti scrittori “del nulla fatto libro” che oggi prolificano dovrebbero misurarsi con queste parole prima di scrivere una riga delle loro inutili produzioni:
“Mirabile l’opera(di Verga) ma più mirabile ancora l’impegno onde essa nacque, con un suo stile nuovo e necessario, che la fa viva per sempre come opera d’arte, e viva oggi piú che mai come modello d’azione e di fede anche fuori d’ogni considerazione letteraria, come atto di vita. Voglio dire l’impegno a cui, un certo momento, e forse quando più egli s’era allontanato e distratto dalle sue origini, il Verga si sentì prepotentemente chiamato, con la voce della sua terra e di tutto ciò che v’era di religioso nel suo spirito, al lavoro esigente, umile e triste d’esprimere le cose, che in certo senso vuol dire fare, operare, e non più desiderare e contemplare: le cose difficili, le cose quali sono per noi, egli che aveva già vinto, nell’opinione degli altri, in quelle facili, quali erano nel desiderio del pubblico d’allora.”
Ecco come nel concetto finale di disporsi alle cose difficili e non a quelle facili Pirandello sembra profeticamente prevedere il cammino verso il basso che invece il Novecento avrebbe fatto con una letteratura della facile lettura e della inutile esistenza.
Ma non basta. Più avanti riesce persino a sviscerare il tema della doppiezza-doppismo degli italiani che oggi più che mai vediamo ricorrente in ogni manifestazione del nostro vivere quotidiano o meglio del nostro dire quotidiano. Si legga questo stupendo quadro descrittivo:
“Due tipi umani, che forse ogni popolo esprime dal suo ceppo: i costruttori e i riadattatori, gli spiriti necessarii e gli esseri di lusso, gli uni dotati d’uno «stile di cose», gli altri d’uno «stile di parole»; due grandi famiglie o categorie di uomini che vivono contemporanei in seno a ogni nazione, sono in Italia, forse più che altrove, ben distinte e facilmente individuabili. Ma solo per uno che conosca bene le cose nostre e sappia vederci addentro. Perché invece gli osservatori disattenti, italiani o stranieri che siano, restano facilmente ingannati dal rumore, dalla pompa, dalla ricchezza delle manifestazioni di quelli che ho chiamati «dallo stile di parole», e credono che in Italia esistano soltanto questi. È molto facile ingannarsi e pensare così, perché, prima di tutto, questi tali sono di gran lunga più numerosi e più comunicativi e più accessibili; e poi perché veramente l’Italia pare fatta apposta per loro, per dar risalto, colore, significato a quelle loro manifestazioni doviziose, i bei gesti, le belle parole, e le passioni decorative, e le rievocazioni solenni. Tanto che ripensando all’Italia, alle sue bellezze naturali, alle sue tradizioni, è quasi impossibile, specie per uno straniero, non raffigurarsi gl’Italiani tutti perduti a vivere nei sensi, ebbri di sole, di luce, di colori, ebbri di canzoni e tutti sonatori di facili strumenti, un po’ avventurieri, un po’ attori, fatti per l’amore e per il lusso anche se miserabili; e i loro uomini rappresentativi, immaginosi letterati dal linguaggio sonoro, e magnifici decoratori, e rievocatori delle glorie passate; un popolo che viva della felicità d’una natura deliziosa e della dignità del suo grande passato: ne viva e ci riprenda anche le spese, come in un giuoco o in una fantasmagoria, in cui le cose siano di sogno e le necessità non esistano e tutto sia facile e fatto, e niente difficile e da fare. Naturalmente, non è così. Ci sono in Italia anche gli altri quelli che appaiono di meno e giovano di più: quelli che ho chiamati «dallo stile di cose»”
“Dallo stile delle cose” ancora oggi deriva l’Italia migliore, quella che regge, quella che resiste, quella che sopporta sulle spalle e con il lavoro delle sue braccia, l’altra ,quella dallo “stile di parole”, sempre più inaccettabile, ogni giorno più insopportabile. Grazie a mio figlio, e al verismo verghiano, ho riscoperto l’attualità della diagnosi di Pirandello. Quasi uno spunto per aprire un interessante dibattito su Marche Cultura.
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