La nuova poesia nelle Marche (1)
Scritto da Manuel Cohen il 12 marzo 2010
LUIGI SOCCI, Freddo da palco, Edizioni d’if, Napoli 2009.
(Domenica 14 marzo, alle ore 10,30 presso la Sala delle Volte del Palazzo comunale di Monte Giberto – FM- organizzata da Italia Nostra, sezione del fermano, e curata da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri, la settima edizione della rassegna ‘La natura dei poeti’, parte con l’incontro con la poesia di Marilena Renda e Luigi Socci).
Il testimone di una poesia di ricerca ad ampio spettro, dinamicamente resistenziale è affidato a piccoli editori che a volte si fanno carico di traghettare esperienze altrimenti irregistrate in un contesto di editoria di establishment imbalsamata tra immobilismo accademico e araldica insignificanza, spesso refrattaria ai venti di novità, e a esperienze di autenticità che pure ci sono. E’ il caso delle napoletane edizioni d’if, che hanno in catalogo una serie di titoli di pregio, tra cui spiccano quelli di Franco Buffoni, Gabriele Frasca, Lello Voce, Mariano Bàino, Giuliano Mesa e che ospitano la suite di Luigi Socci Freddo da palco.
Classe 1966, nato in Ancona dove cura la direzione del festival ‘La punta della lingua’, e a capo di varie iniziative culturali adornianamente residenziali, Socci appartiene a quella genìa di autori dai quali si può essere ad ogni prova sorpresi e che, fortunatamente, sfuggono a facili reclusioni in griglie critiche comunque obsolete. Socci ha all’attivo un lungo percorso di scrittura attestato da notevoli, significative presenze in riviste, antologie e quaderni collettivi, e, come molti suoi coetanei, ha faticato non poco a individuare uno sbocco editoriale, tant’è che giunge solo ora alla sua prima plaquette. Ma certe realtà, si sa, in un paese che non ha mai puntato sulla cultura come valore, emergono a volte alla distanza. Articolato in quattro brevi partiture, Freddo da palco si presenta nella sua natura sostanziale di mise en abyme desacralizzante della realtà e dell’arte, della scrittura e della finzione. A chi ancora oggi insiste su una netta separatezza tra compiutezza dell’arte e le eteronomie o le implicazioni, Socci sembra ribattere con l’adozione dell’understatement di una lingua dimessa e non dismessa, ricordando quasi in un leitmotiv nel testo ancillare Roma, come: ‘Tocca anche a noi poveri/ rimatori’, ‘la nostra / visione su un dettaglio/ del povero teatro dei cortili’, ‘Tocca anche a noi la nostra/ parte che impara l’arte’ : come dire, nell’ambivalenza del verbo toccare ( ci tocca e ne siamo toccati ), che c’è una qualche assunzione di responsabilità che investe chi scrive, un richiamo a una visione, e pure alla condivisione di un noi ( nostra) altrimenti impronunciabile.
Dal quotidiano ‘teatro’ (secondo l’etimo di vista, e votato a una rappresentazione del mondo) sui cortili, procedendo prosodicamente per versi brevi e ipometri, sostenuti da rime semplici, spesso baciate, o alternate, marcate da una forte periodicità data da recursività sonore, riprese allitteranti, enjambements sconvolgenti ( ‘poveri/rimatori’, ‘eterno/spettacolo’, ‘nostra/parte’, ‘nostra/visione’, ‘narrante/reticente’ ) e da una ritmica dinoccolata, unita a una scorrevolezza e facilità/felicità versificatorie, con distici che si fissano nella memoria di chi legge, e ballando drammaticamente, Socci precipita il lettore nello sconcerto quotidiano, in quella ‘tragedia che non ha la forza di esplodere’ in quella finzione della realtà, che è la scena teatrale, in cui la realtà può irrompere con effetti detonanti, devastanti, sulla finzione. Il ritmo dei versi sembra assecondare la natura deambulatoria del testo che, partito da un serie di piani-sequenza, una sorta di zoomata su una scena marginale o periferica, un luna-park rionale, un quartiere di case basse, si inoltra per le vie di Roma cogliendo nella descrizione di opere d’arte (in Berniniane ), alcuni elementi di critica sociale e di sarcasmo : ‘dentro Santa Maria della Vittoria/ fondata per gloria di guerra terrena/ di papi armati come soldati’, in un procedimento che ha qualche analogia con alcuni testi recenti di Franco Buffoni ( Roma, 2010) : in entrambi è evidente una sorta di spernacchiamento razionalista a quanto passa normalmente per inviolabile, edificante, o quanto è abitualmente accolto in quanto espressione di sacralità ( di religione, di autorità, di rappresentazione nell’arte).
Così nell’eponima sezione Freddo da palco, nucleo centrale dove il percorso focalizza i primi-piani di una scena, dai luoghi rappresentati ai topoi della finzione: maschere, attanti, spettatori, attori, palco, sipario, quinte dietro cui si nasconde una ‘voce narrante latitante ‘ e reticente : ‘Siamo venuti in massa contando sulla sua presenza/ e invece vi siete imbattuti nella mia assenza’ . Come in Caproni, la cantabilità della rima inseguiva il fantasma di Dio e la sua negazione, qui mima il fantasma della voce, e si è accolti da un ‘refrigerio’ che viene dal palco, un freddo mortale e inquietante. La scena è algida, di una morte in atto e della sua rappresentazione. Finchè si precipita nell’evento, in cui il teatro, luogo per antonomasia della finzione, si fa luogo in cui ‘la realtà si realizza il passo è corto/ tra la vita e il teatro prende corpo, in Ultima prima, dove lo sfondamento di un fatto desunto dalla cronaca si fa allegoria di una deflagrazione (persona-personaggio; vita-identificazione: ‘Io quella sera/ proprio io non c’ero/ e se c’ero dormivo e morivo/ già cascavo dal sonno e mi gasavano’). L’impianto di questa poesia, per la quale, spesso si è evocato un qualche magistero palazzeschiano, ricorda, nella sua nudità espressionista, e nella testimonianza di una umanità spolpata, ridotta all’osso, certe sculture di Giacometti, e certe pitture turbate di Bacon, come pure il richiamo a un ethos, e a una lettura critica della realtà di Beckett.
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Grazie a Manuel per il viatico critico e a Lucilio per lo spazio e a Massimo e Adelelmo per l’invito e a Italia Nostra per l’organizzazione e per la presenza di un pubblico attento e stimolante. grazie a tutti per una delle più belle letture a cui abbia mai partecipato. (sarà il contesto mattutino?)
l.