La nuova poesia nelle Marche (2)
Scritto da Manuel Cohen il 17 marzo 2010
BARBARA COACCI, Nessuna nuova, La Camera Verde, Roma 2009.
( La rassegna La natura dei poeti, organizzata da Italia Nostra di Fermo, domenica 21 marzo farà tappa a Ponzano (FM). Nei locali comunali della Sala Polivalente, alle ore 10,30, introdotti da Adelelmo Ruggieri, leggeranno i loro versi l’anconetana Barbara Coacci e il veneto Fabio Franzin, prevista in sala una massiccia presenza di autori e critici. L’incontro terminerà con una passeggiata guidata dal centro storico alla chiesa di San Marco).
La tradizione delle donne in poesia nelle Marche, ha radici remote, un nome per tutte: la petrarchista urbinate Laura Battiferri, o, a noi prossime, nel Novecento, Marisa Zoni (Fermignano) e Anna Malfaiera (Fabriano), ma pure Rosa Berti Sabbieti (Ancona) e Tiziana Alberti (Ascoli): considerate spesso episodi isolati, outsiders non supportate dal favore della critica, né storicamente favorite, forse, dalla presenza di una messe tutta al maschile di autori operanti (anche) sul territorio.
Eppure, si registra all’abbrivio del nuovo millennio una decisiva virata al femminile , molto spesso nella correlativa doppia veste di poeta-donna e saggista, come nel caso, di Maria Lenti (Urbino), esempio di longevità artistica e al contempo di quanto più in salita sia (o sia stato) il percorso per una donna, anche in letteratura. Ma è un fatto, e occorrerà presto occuparsene in sede critica, che le poete rappresentino oggi una realtà con cui misurarsi, attestata da un numero accertato di oltre venti nomi significativi: Natalia Paci e Maria Grazia Maiorino (Ancona), Angela Bedini (Senigallia), Norma Stramucci (Recanati), Germana Duca Ruggeri (Urbino), Maria Rita Stefanini (Pesaro), Elisabetta Pigliapoco (Jesi), per ricordarne le prime. Si aggiungano inoltre i recenti esordi in volume di Franca Mancinelli (Fano), Cristina Babino (Ancona), Lara Lucaccioni (Sant’Elpidio a Mare), Evelina De Signoribus (Cupramarittima) e Barbara Coacci (Ancona), oltre a quello annunciato di Renata Morresi (Macerata), accolti con favore dalla critica, che danno idea della portata del fenomeno, certificando qualità e valori che valicano orti domestici o regionali.
Anticipata da alcune apparizioni significative su rivista, nella raffinata “Nostro Lunedì” diretta da Francesco Scarabicchi, nel volune Porta marina (peQuod, 2008), viaggio nelle Marche dei poeti, scritto da Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi, e sul litblog “Absolutepoetry” di Lello Voce, l’opera prima di Barbara Coacci (Ancona, 1969) ci consegna una voce certa, matura, dai tratti decisi. Nessuna nuova, titolo dietro cui sembra schermirsi l’autrice, per il ricorso a una lingua sobria, talvolta dimessa, per nulla esibita né compiaciuta, o al verso informale, libero, e per una pratica di umiltà, un tenersi bassa, di understatement: come recitano certi versi soffermandosi, con attenzione ai dettagli, su realtà marginali, feriali, o comunque quotidiane, con modalità non dissimili dai registri del parlato o della prosa, e con occhio di narratore: ‘C’erano cose poco importanti/ il bucato ad esempio/ dimenticato sul balcone’. La registrazione di scarti minimi dalla norma, o dalla vita, con allusioni in frequenza a perdite, ‘dolori domestici’, ‘vedovanze’, come nell’ottima Particolari:
‘Una fine senza finale
ma una fine
annunciata da certi segnali
qualcosa che non si ripete
un rumore che prima non c’era
o un silenzio a spigoli vivi
come quando traslocano i vicini
ieri magari sono spariti i gerani
oggi è toccato alla ciotola del gatto
è rimasto un cerchio più scuro
in un angolo del cortile’
Una pratica che sembra rinviare idealmente e per altri versi, alla prima Patrizia Cavalli de’ Le mie poesie non cambieranno il mondo, almeno , per quanto attiene un ‘non-mandato’ riposto nei rispettivi titoli. Eppure, quasi contravvenendo, Barbara Coacci non rinuncia al suo Commentario minimo, come recita il titolo rivelatore della prima delle tre sezioni della raccolta, affidando alla perentorietà di alcuni versi-frasi monorematiche la sintesi o il giudizio: ‘l’abitudine ci è scoppiata tra le mani’, ‘è stato il rumore a farci impazzire’, ‘E’ la mancanza che si apre’, ‘quanto ci costa il silenzio’; dove spesso è da rimarcare l’uso della particella pronominale ci, trait d’union tra una questione privata e una quête di istanza sociale. Nessuna nuova, dunque, dal fronte occidentale: dall’occidentale degrado, morale e materiale, psichico e ecologico, di esistenze sole o sull’orlo di un baratro, di città affogate da una crescita senza ‘più misura’, congestionate dal cemento dilagante ‘nel grembo di dolcezze collinari’, marchigiano filo di memoria, terra matrix, ghenetrix, si legge in Città, il testo in cui si trova la ragione prima del titolo : ‘nessuna nuova dai lavori in corso/ dalla corsa al compimento’. Barbara Coacci si mostra particolarmente abile nelle sue ricognizioni urbane e di suburbio, come nella frequentazione di certi interni, così, nella seconda sezione Famigliare suburbano, dove coglie l’invisibilità di certe esistenze, allude a certe sparizioni : ‘a consumare un dramma/ senza sapere nulla/ del balcone vicino’ (Eclissi), stigmatizza in Pranzo di famiglia, ritualità sociali e segreti, descrive ‘stanze di pochi metri quadri’, ‘cucine abitabili/ all’ora di cena’. La lettura partecipe e risentita del mondo, avviene oggettivando datità, attraverso una luce razionale, elencatoria, tassonomica, in cui tuttavia non di rado irrompe, affidata a elementi di natura, e il ricorso a tropi, in prevalenza metafore, un lampo d’accensione visionaria : ‘fuochi di vetro’, ‘bocche aperte dei traghetti croati’, ‘le strade cavalcano lo spazio’, ‘compagine di luce’, ‘i tavoli scendevano a valle’. Oltre ad alcune immagini ricorrenti: la collina, la pianta e le sue radici: ad attestare l’ostinazione di quanto di umano continua, e quanto di natura resiste tra la perdita di storia e di memoria. Nessuna nuova, ci parla con nuove, congrue parole, di un ethos sociale, e civile, di uno stare al mondo attualissimo tra luci elettriche e suoni metallici, ma pure pronti a cogliere la ‘voce delle cortecce’, o quella del mare ‘ allungato nei crepacci/ come una lingua, un’infiltrazione’.
16 commenti
Lascia un Commento

ma per favore Manuel!!
ne avesse la poesia (e non solo delle Marche!) di lettori/critici come te!
non ti scusare proprio, né qui né altrove. solo un grazie per farci conoscere poeti e poesia. ci mancherebbe!
un abbraccio
Mi scuso con chi si è sentito, mio malgrado, offeso o ferito da questa recensione. Ho fatto dei nomi, di autori di cui ho letto libri o testi e su cui credo di poter intervenire,e solitamente non scrivo di questioni che ignoro. Come ho già detto in un commento precedente, non era questo il luogo (la recensione, intendo) per un elenco di nomi, e quelli da me fatti sono da intendere come indicativi della entità di un fenomeno in atto (la presenza notevole e considerevole delle donne in poesia nelle Marche), non da intendere come un erigendo nuovo canone.
le logiche che mi portano a scrivere sugli autori non sono dettate da rapporti amicali né clientelari. Tant’è che, non vivendo ormai da molte stagioni in questa regione, praticamente quasi due generazioni sono emerse senza che io ne abbia avuto un qualche rapporto diretto.
Semplicemente mi sono stati inviati, da editori o dagli stessi autori, molti dei libri, altrimenti irreperibili, data la situazione della distribuzione editoriale…eccezion fatta per quei quattro gatti pubblicati da grandi editori.
Non ho preclusioni di sorta,anzi, invito chiunque a inviarmi materiali o a segnalarmi il lavoro di autori meritori.grazie.