Un ponte fra noi e il passato: “L’arco di Bice” di Cinzia Carboni

L’arco di Bice

È uscito di recente “L’arco di Bice”, un romanzo storico scritto da Cinzia Carboni. Basato sulla vita di Beatrice Piacentini Rinaldi, prima poetessa sambenedettese in vernacolo, vissuta a cavallo tra otto e novecento.

Jessica è una ragazza alla quale la vita sembra riservare più gioie che dolori, magari condite da qualche superficialità, come spesso accade nelle persone che non si sono imbattute in grossi problemi o disavventure. Invece, un giorno, proprio a lei capita un incidente; entra in coma.

E dentro quello stato di infermità e di apparente incoscienza si infila un fantasma, un lemure, che sceglie di proporre proprio a lei di fare un viaggio insieme. Un viaggio non tanto nello spazio, essendo limitato alla città di San Benedetto del Tronto, quanto nel tempo. Per Bice è l’occasione di rivedere intera la propria vita, di tornare a visitare i luoghi e le persone che nel bene e nel male l’hanno riempita. Ma è anche l’occasione per trasmettere il proprio sapere, fatto di poesia e di umanità, affinché altri se ne giovino. “Che vogliamo fare? Andiamo?” dice Bice a Jessica in apertura di libro. E la ragazza replica: “Aspetta, aspetta, ma tu chi sei? Chi eri? Insomma, quando sei vissuta? In che periodo dovremmo andare? Mi sembro pazza solo a chiedertelo. Ma tanto, qui è tutto così incredibile, forse sto solo sognando. Ma sì, verrò con te, ma… mi riporterai indietro vero? Me lo prometti?”. E Bice risponde: “Non posso prometterti niente, ma certo questo è un viaggio e da un viaggio, in qualche modo si torna sempre”.

Cinzia Carboni

Cinzia Carboni

Ecco, anche noi lettori partiamo per un viaggio affascinante, dentro le mura di una città che però è un mondo intero, fatto speranze e di delusioni, di ricchezza e molta povertà, di molta sciatteria ma anche di alcune importanti opere d’ingegno. E nel corso della lettura, questo mi sembra il centro di tutto il libro, si fa forte la consapevolezza che, come dice l’autrice, “dopo aver conosciuto il nostro passato, forse il futuro non sarà più lo stesso”. È solo facendo i conti col proprio passato che un individuo, o un popolo, può acquistare la dignità del nome che porta. È sapendo dove mettere i propri morti che si può affrontare il futuro senza paura e con gli occhi ben aperti sulla realtà. Un libro, “L’arco di Bice”, sicuramente da leggere, importante per le vecchie generazioni, che spesso dimenticano da dove vengono, e per le giovani, che spesso disprezzano la fatica dello studio e non conoscono la sensibilità sociale.

“Tinghe dèntre a lo còre ‘na pasciò,

‘na pasciò che ‘n te la pòzze di’:

de jire ‘n zo’ prevate ‘nu veccò’…

Demà’ mmatine parte Zarrafì’!”

(da VA SURDATE! di Bice Piacentini)

Giovedì 25 alle ore 17, l’autrice sarà al Caffè Florian di San Benedetto per leggere alcune pagine del libro in compagnia di Giancarlo Brandimarti.

3 commenti

  • lorenzo marcucci scrive:

    Ho letto o meglio “divorato” il libro, accattivato sia dalla trama che dai riferimenti storico-sociali, essendo tra l’altro mezzo sanbenedettese, ho riconosciuto luoghi e cognomi a me familiari.
    Ottima la vivida ricostruzione della sanbenedetto primi ’900, bella la figura della poetessa; toccante l’analisi della vita e della morte; è un romanzo che si fa leggere in fretta. Brava l’autrice.

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