Frammento sulla poesia

In un universo, come il nostro, che a questa curva della storia appare come su un’estrema soglia – quasi scomparsa l’idea del futuro, segnato dolorosamente, terribilmente, da una vocazione al nulla e al niente -, la poesia affida parole altrettanto estreme ma non solenni, per fortuna, perché guarda ad un nuovo umanesimo che fatica a nascere dentro la maglia fitta dell’indifferenza e della violenza quotidiane, in questi anni di “pace terrificante”, secondo una canzone di Fabrizio De André, nei quali si è andata consumando un’idea dell’uomo e dell’essere sostituita dalla strumentalità del mercato e del profitto, in questo occidentale e globale “negozio” dove tutto si vende e si compra, dove la vita e la morte seguono i dettami di una commerciabilità estesa e senza confini. Musica che sappiamo.

La poesia appare come un anacronismo fra i più sconcertanti ed è per questo che vale la pena di insistere, di seguitare lungo i suoi sentieri spesso così poco asfaltati.

“L’udir con gli occhi” suggerito dallo Shakespeare del Sonetto 23, è quel silenzio vivente cui nulla sfugge e che continua a dar forma alla perduta anima del mondo salvando, dove può, come può, la quotidiana bellezza sensibile, l’orrore e la grazia nell’incessante nero su bianco, nel poco del molto che i versi rischiano, ogni volta, per interrogare quella domanda di cui siamo pieni e alla quale non sappiamo rispondere (suggeritore il Pasolini di Teorema).

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