Non lasciate sole le mamme
Scritto da Annalisa Piergallini il 30 marzo 2010
Il 27 marzo 2010 si è svolta ad Ancona la conferenza pubblica tenuta da Giovanna Di Giovanni, organizzata dalla Slp (Scuola Lacaniana di Psicoanalisi) e dall’Istituto Freudiano (Scuola quadriennale di specializzazione post-lauream in psicoterapia), dal titolo: Le donne e la madre, tra amore e violenza.
La relatrice si è occupata di tracciare gli effetti dell’intreccio tra madre e donna. Dove finisce la donna e inizia la madre. Dove finisce la madre e inizia il bambino.
Tutte le società separano le donne dalle madri, tentano di separare le donne dalle madri, e prevedono dei riti per riaccogliere la madre dopo il parto. Chi è diventata mamma ha avuto l’esperienza di visite, gradite o meno, da parenti, amici, ma perfino da poco più che conoscenti. Visite nelle quali la madre deve anche dare prova di essere tornata persona, nel caso, donna.
Chi è diventata mamma ha conosciuto un momento di benessere eccessivo, durante la gravidanza, e la conseguente, ormai celebre, depressione post-partum; che, nella maggioranza dei casi, per fortuna, ha una durata limitata. C’è la presenza della morte nella nascita di un bambino. Se non altro, perché viene sfiorata. Ma chi ha partorito ha l’impressione di avere fatto una vera e propria prova di che cosa significa morire.
Il figlio, dice la Di Giovanni, deve essere adottato. Simbolizzato. Non solo dal padre, ma anche per la madre. Deve passare da oggetto di godimento a oggetto di relazione umana. Per l’uomo questa adozione porta ad avvicinarsi al figlio. Per la donna, ad avere un distanziamento dal figlio.
C’è infatti, per la madre, il rischio di reintroiezione del figlio, per il fatto che il corpo della donna è più facilmente senza limite. L’essere arbitro di vita e di morte del bambino occorre che sia sublimato per non essere fonte di morte psicologica del figlio.
Il mito di Medea parla dell’impossibilità di scindere la madre dalla donna. Sapete, Medea, tradita da Giasone, uccide i propri figli e li dà in pasto al loro padre. L’atto è quello di staccarsi da ciò che le appartiene di più prezioso e di colpire l’uomo. Medea, dice Lacan, è l’anti-madre. Con questo atto mitico Medea compie la sua disperata celebrazione come donna, e ad essa sacrifica il suo tutto come madre: i suoi figli. Mostra che una donna rimane tale, anche dopo essere diventata una madre. E che l’uomo non se ne dimentichi, nemmeno per amor filiale!
La solitudine della donna produce violenza, ferocia.
Occorre che le donne non siano lasciate sole con il figlio e che non si isolino con lui.
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