La poesia d’amore ha l’età del mondo

La poesia d’amore ha l’età del mondo. Ogni mondo ha espresso e continua ad esprimere sentimenti e atti amorosi in versi pieni o filiformi. Mi catturano ancora i Canti erotici dei primitivi, raccolti da Alfonso M. Di Nola (Guanda, 1961) tra i popoli dell’Africa, Asia e America, per la declinazione dell’eros libero “dalle soprastrutture etiche e sociali imposte ad esso dalla nostra forma di civiltà”. Ariosità, anche nella poesia erotica del versante vicino a noi, quando l’oggetto d’amore viene vissuto solo per se stesso o come figura di età giovane: per esempio, in molti autori dell’Antologia Palatina.

Pastoie, intrecci, figurazioni di un simbolico intorbidato, nella poesia d’amore moderna e contemporanea. Tanto più quando nasce, o esce, da un non risolto: di sé nei confronti dell’altro/a. Meglio, da un non incontro, per agìta oscurità rispetto all’entità dell’altro/a. Che è altro/a da quanto l’amante ha introiettato dell’amato/a nel corso della sua vita, con la sua cultura, la concettualità, la sessualità.

La plaquette di Ettore D’Ignazi sembra essere stata scritta tutto d’un fiato mentre l’autore ama, si direbbe, fisicamente, in atto. Con varianti e variazioni tenta di trattenere quell’essere-donna. Che sfugge pur in un corpo a corpo senza limiti. Innominata e innominabile, allora. Ma è tale, cioè non nominata, perché sconosciuta al suo io (di lui) profondo.

Se non fosse disperata la poesia di D’Ignazi richiamerebbe alcune quartine de I ragionamenti di Aretino Genitali femminili in primo piano: talora consapevole inserimento linguistico, talora compiaciuta gratuità – e perciò, a mio parere, aspetto meno riuscito -, voglie sessuali esplose e riprese in voglie. Questo genere di poesia è difficile, insidioso, non per le nominazioni in sé, ma per un eccesso di nominazione.

Versi brevi, lapidari, poesie come pietre

Al fondo il desiderio-possibilità di afferrare non l’attimo fuggente, in ogni caso sempre fuggente, ma la donna, di averla per sé, quella donna suscitatrice delle sue voglie e ininterrottamente vogliosa, esplosivi i di lei orgasmi dovuti, ovvio, a un lui virilmente generoso, votato a suscitare orgasmi. (E così si abbassano le percentuali sui godimenti della donna simulati, ignaro il maschio, nel 48% dei casi!). E lei che fugge, sfugge, prende fino in fondo e va.

La donna, mi vien da dire, predatrice sconosciuta, semplicemente perché l’uomo non vuole conoscerla al di là di quanto pensa (da secoli) di lei: pre-giudizio e non parola, possesso e non amore. E non vuol conoscerla, perché lui non conosce se stesso, perché si è mascherato, dall’inizio del mondo, volendo ridurre tutto ad una sua dimensione costruita e preconcetta.

Non ho letto altro di Ettore D’Ignazi oltre questo libro, graficamente raffinato per le cure di Francesco Del Zompo (suo il rilievo in copertina, Forma serale). Il prefatore, Consorti, assolve l’autore dall’essere maschilista. Non è più questo, oggi, il punto: direi, invece, un uomo che non si ama e che ha messo in versi tale disamore.

Recensione del libro:

  • Ettore D’Ignazi
  • “Come un taglio proibito all’ombra di un filo d’erba”
  • “Prefazione” di Massimo Consorti
  • San Benedetto del Tronto, Ediland, 2010

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