Delitto all’isola delle capre, da Montefano al Nordeuropa

“Delitto all'isola delle capre”, da Montefano al Nordeuropa 

La Compagnia Nessunteatro sperimenta la nuova versione di “Delitto all’isola delle capre” sul palco del Teatro comunale di Montefano

Agata, Silvia e Pia sono tre donne che vivono la solitudine e la monotonia di un’isola, il cui assordante silenzio è rotto solo dal fruscio del vento e dal verso delle capre. A destabilizzare il loro equilibrio sarà Angelo, uno straniero di cui le donne si innamorano. Si innescherà un’inevitabile rivalità, sanata, almeno apparentemente, da un banale incidente che porterà alla morte di Angelo.

Dramma dello scrittore e drammaturgo marchigiano Ugo Betti, “Delitto all’Isola della Capre”, scritta nel 1948, è una della sue opere più affascinanti.

Domenica 11 aprile, la Compagnia teatrale Nessunteatro l’ha portata in scena sul palco del Teatro Le Rondinelle di Montefano. Una prova che il regista Matteo Ripari si è voluto concedere prima della grande avventura del tour nordeuropeo.

Lo spettacolo era già stato proposto lo scorso ottobre al Teatro dell’Olmo di San Benedetto per la rassegna Teatri Invisibili. Da allora ha subito alcune modifiche, per cercare di adattarlo a un pubblico internazionale. Matteo Ripari ha voluto ridurre al minimo la parola, sostituendola con musica e danza. Del tutto bandito il dialogo tra i protagonisti, interpretati da Laura Bisognin Lorenzoni, Mizar G. A. Tagliavini, Silvia Vagnoni ed Edoardo Ripani. L’unica parola concessa, una voce narrante fuoricampo e un monologo di Edoardo Ripani.

Un teatro sperimentale che ha voluto puntare sui lenti movimenti degli attori, sugli sguardi, su simbologie rituali ed eleganti passi di danza. Il palco ha offerto molto più della rappresentazione di un dramma teatrale. Nessuna scelta casuale da parte del regista: la maschera da clown che copriva il volto delle donne, il rito delle scarpe o la fase di conoscenza e innamoramento dei protagonisti. Il ricorrere alla maschera ha permesso allo spettatore di focalizzare l’attenzione sul corpo delle attrici e su quello che, attraverso i loro movimenti, volevano trasmettere. Il togliersi le scarpe ha richiamato usanze rituali e votive, come un volersi purificare per entrare in un luogo nuovo o in una nuova dimensione. Infine il corteggiamento che rimandava al mondo animale: gli attori sul palco si studiavano, si annusavano quasi a voler creare un legame con quell’isola e le capre che la abitano.

Decisamente convincente questa nuova versione del dramma di Betti in cui il sacrificio della parola non ha lasciato incomprensioni né vuoti, ma è stata ben rimpiazzata da immagini suggestive e una buona interpretazione degli attori.

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