Adolescenti estremi
Scritto da Annalisa Piergallini il 14 aprile 2010
Emilia Cece, psichiatra e psicoanalista della Scuola Europea di Psicoanalisi, ha tenuto sabato scorso una conferenza pubblica organizzata dall’Istituto Freudiano di Ancona e dalla Scuola Lacaniana di Psicoanalisi. Un intervento colto e tecnico, ma pieno di spunti pratici per i genitori, gli insegnanti e gli esperti che hanno a che fare con adolescenti che rischiano di essere pericolosi, soprattutto per sé.
L’esperienza della relatrice fa anche riferimento a un Centro per adolescenti che è stato aperto ad Ischia per via dell’elevato numero di giovani suicidi. In un Istituto si era suicidato anche l’allievo più bravo, quello con i voti migliori.
La morte in diretta è la tematica preferita della cultura giovanile.
D’altra parte la maggioranza dei giovani compensa la ‘mancanza a essere’ con i numerosi oggetti che si possono comprare.
Si osserva di solito una dissociazione tra amore e godimento. E il godimento si schiaccia spesso sulla performance, con additivi.
Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza il soggetto è chiamato a una rielaborazione del legame col reale. La Cece giustamente sottolinea come il concetto di adolescenza è un concetto sociale, non clinico. Una persona che va in terapia si trova in ogni caso a rielaborare il suo rapporto con il reale.
Il centro dell’intervento psicoanalitico sull’adolescenza come problematica sociale è l’idea di responsabilità.
Freud, studiando il sogno, si accorse che aveva sempre un contenuto immorale. Era comunque una trasgressione. L’immorale è sempre, analiticamente, parte del soggetto.
Analiticamente, la responsabilità, è sempre del soggetto.
Nella vita non sempre è così e la Cece racconta un suo atto analitico, in cui chiama i genitori della quindicenne, nickname Lolita, che segue al Centro pubblico per adolescenti, e dice loro: vostra figlia è troppo giovane per decidere. Decidete voi se deve partire o no. La responsabilità è la vostra. La figlia doveva partire per una vacanza da sola, senza i genitori. Al di là delle difficoltà della ragazza e della sua propensione a mettersi in situazioni di pericolo, i genitori dovevano assumersi la loro responsabilità. La ragazza può sentirsi protetta, come dirà, per la prima volta.
Le guerre, ci ricorda la Cece, sono fatte dagli adolescenti. Il valore militare è funzione della tendenza al suicidio. C’è nell’adolescenza la fervente ricerca di una legge sostenuta da altro che dalla funzione del padre accanto alla voglia di immolarsi.
Il controllo eccessivo, diceva Lacan negli anni ’50, può spingere ancora di più agli atti criminali. Soprattutto in adolescenza, quando è grande la difficoltà di governare le passioni sessuali. E si vive per lo più in estrema solitudine.
Così vive il suo disinserimento Lolita, un tentato suicidio, vittima di abusi da parte di un gruppo e di un adulto, il fidanzato della sorella. La psicoanalista racconta gli incontri con questa ragazza, sul doppio binario di costruzione: della responsabilità di Lolita e di quella dei suoi genitori.
“I genitori, ha detto Emilia Cece, devono poter dire qualunque cosa. Devono trovare la forza di poter dire anche: la prossima volta ti spacco la faccia! A volte le parole possono salvare situazioni impossibili”.
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