Ipazia, ossia quanto la ragione spaventi, allora come adesso
Scritto da Simona del Gran Mastro il 29 aprile 2010
“Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo” di Adriano Petta e Antonino Colavito, con prefazione di Margherita Hack, pubblicato da La lepre Edizioni, ottobre 2009.
“Ipazia sacra, bellezza delle parole/astro incontaminato della sapiente cultura”
(Pallada, Antologia Palatina, IX, 400)
Quattro edizioni in pochi mesi, più di 25.000 copie vendute, un kolossal in uscita (“Agorà” di Alejandro Amenabàr), tutto incentrato sulla figura di Ipazia, nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C. e figlia del matematico Teone.
Astronoma, matematica, musicologa, medico, filosofa, ma non solo, donna dalla bellezza e intelligenza straordinarie, inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio e principale esponente della scuola neoplatonica.
Figura rimasta nell’oblio per lungo tempo; Adriano Petta e Antonino Colavito hanno voluto rispolverarne la storia, la fama e la drammatica morte, elevarne il genio e ristabilire la sua immagine sulle pagine della scienza e dei libri di storia perché, se Galileo è considerato il padre della scienza moderna, Ipazia non può non esserne la genitrice.
Il personaggio di questa donna, troppo fuori dagli schemi del tempo in cui è vissuta e lontana dalla mentalità allora esistente, ha raggiunto quasi gli aspetti del mito e della leggenda. Venne barbaramente uccisa nel marzo del 415 per volere del vescovo di Alessandria Cirillo. Le testimonianze raccolte al tempo raccontano che fu aggredita per strada, scarnificata con conchiglie affilate, accecata, smembrata e bruciata.
Perché, viene spontaneo chiedersi, tanta ferocia? Che cosa ha mosso un tale efferato omicidio?
Nella prefazione al libro di Petta e Colavito, la scienziata Margherita Hack propone una sua lettura: “L’assassinio di Ipazia è stato un altro atroce episodio di quel ripudio della cultura e della scienza che aveva causato molto tempo prima della sua nascita, nel III secolo dopo Cristo, la distruzione della straordinaria biblioteca alessandrina, che si dice contenesse qualcosa come 500.000 volumi, bruciata dai soldati romani e poi, successivamente, il saccheggio della biblioteca di Serapide… Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione ”.
Margherita Hack punta il dito contro il fondamentalismo religioso, spaventato dalla scienza e conoscenza, dal cambiamento e dalla ragione. Non fu soltanto Ipazia ad essere vittima della chiusura della Chiesa, “tanti altri martiri sono stati orrendamente torturati e uccisi”, prosegue la Hack: Giornano Bruno, mandato al rogo per eresia, o Galileo Galilei, costretto ad abiurare la teoria copernicana in cui credeva.
Nonostante siano passati 1500 anni da quando Ipazia fu uccisa per il solo amore verso la ragione e la conoscenza, nonostante non siamo più nel 1600, “il fondamentalismo non è morto”, sostiene la Hack, “ancora oggi si uccide e ci si fa uccidere in nome della religione. Anche nei nostri civili e materialistici paesi industrializzati avvengono assurde manifestazioni di oscurantismo, come in alcuni stati della civilissima America in cui si proibisce di insegnare nelle scuole la teoria dell’evoluzione di Darwin e si impone l’insegnamento del creazionismo”.
È molto dura Margherita Hack, per alcuni a ragione, un po’ meno per altri, pare comunque assurdo come ancora oggi si abbia paura della conoscenza e si ricorra al medievale strumento dell’ignoranza diffusa per esercitare il potere.
Conclude la Hack: “Questa storia romanzata ma vera di Ipazia ci insegna ancora oggi quale e quanto pervicace possa essere l’odio per la ragione, il disprezzo per la scienza. È una lezione da non dimenticare, è un libro che tutti dovrebbero leggere”.
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