Luana Trapè e “Il cappotto bianco”: l’educazione, l’amore e la storia
Scritto da Simona del Gran Mastro il 1 maggio 2010
Edito dalla Pequod, dopo un lavoro di tre anni, nel 2008 è uscito l’ultimo romanzo della scrittrice marchigiana Luana Trapè, “Il cappotto bianco”
All’insegna di familiarità e schiettezza: è così che nel pomeriggio di venerdì 30 aprile è stato presentato il libro di Luana Trapè, “Il cappotto bianco”, presso il Punto Einaudi di via XX Settembre a San Benedetto del Tronto, in collaborazione con UT. Pier Giorgio Camaioni, rappresentante di UT, ha moderato l’incontro. Si è instaurato subito un clima piacevole in cui l’autrice, senza censure, ha esaustivamente risposto alle domande che le venivano poste sulla trama, sui personaggi, sul perché del libro.
Il romanzo si articola, ha spiegato la Trapè, in tre nuclei: la storia d’amore dei protagonisti, Luigi e Lucia; la storia dell’Italia, ci troviamo alla fine dell’800, al tempo di Garidaldi, dei suoi mille e dell’unità dell’Italia; e la scuola, intesa come luogo di cultura ed educazione.
Pur ammettendo di amare i romanzi ottocenteschi, Luana Trapè non ha voluto scriverne uno. “Il cappotto bianco” è, sì, ambientato nell’800, ma la relazione tra passato e presente è forte. Molte sono le pagine, afferma Pier Giorgio Camaioni, in cui pare di stare assistendo a una fotografia della realtà odierna.
Il romanzo è ambientato a Fermo, in quello che allora era un piccolo paese dipendente da poche famiglie nobili, in cui il pettegolezzo era il passatempo e dove il modo di comportarsi era determinato da “quello che diceva la gente”. Luigi e Lucia sono due giovani: lui, “il maestro”, è fragile, idealista e sognatore, troppo buono e spesso penalizzato per questo; lei è borghese, di diversa estrazione sociale rispetto all’amato, colta, femminista ante-litteram, aperta e forte, in grado di relazionarsi con la realtà. Proprio la fragilità di Luigi lo porterà a un disequilibrio psichico e quindi alla pazzia. La parte finale del romanzo si svolge infatti nell’ex manicomio di Fermo dove Luigi viene ricoverato.
Alla domanda “Com’è nato il romanzo e perché”, la scrittrice ha confessato che è nato per caso: insieme ad un’Associazione culturale è entrata nell’edificio dove sorgeva il manicomio di Fermo e ne è rimasta affascinata. Interessandosi all’archivio, ha avuto accesso alle cartelle dei pazienti. In una di queste ha trovato un mazzo di lettere che la fidanzata del ricoverato mandava al direttore del manicomio per avere notizie sul suo amato. Da qui è nata la storia, o meglio, il suo finale, poi, come un drammaturgo, la Trapè ha scritto l’intreccio a ritroso, delineando le personalità dei suoi protagonisti, vivendo con loro, calandosi nella Fermo dell’800 e divertendosi a immaginare come potesse essere vivere a quel tempo. Nulla lasciato al caso, pagine curate nei minimi particolari, come pure la scrittura, semplice, scorrevole ma ammaliatrice.
Durante la presentazione, l’autrice ha ripreso spesso la tematica della scuola. Essendo stata per trent’anni insegnante di italiano e storia, non solo ha attinto dalla sua esperienza personale fatti e personaggi poi riportati nel romanzo, ma è spesso ritornata sul “problema educazione”. Fa dire a uno dei suoi personaggi, il direttore di una scuola in cui Luigi andrà a insegnare, “è ora di fare gli italiani”. Argomento attualissimo, soprattutto adesso quando pare che alcuni vogliano rinnegare la lingua italiana, quando la cultura e la conoscenza nelle scuole pare essere in pericoloso declino e l’educazione e il rispetto parole di altri tempi.
Un romanzo ricco di spunti, riferimenti storici, luoghi e personaggi noti, concentrato in poco più di 280 pagine e accompagnato da una scrittura fresca e piacevole; non un romanzo fine a se stesso, ma in grado di innescare la riflessione sulla società attuale.
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