Valerio Jalongo e una nuova politica del cinema italiano
Scritto da Antonella Roncarolo il 30 novembre 2009
Intervista al regista Valerio Jalongo, ospite del Cinema Margherita di Cupramarittima col suo ultimo film DI ME COSA NE SAI
Il regista Paolo Sorrentino, nel bellissimo film di Valerio Jalongo “Di me cosa ne sai”, afferma che, con le dovute approssimazioni, tra i misteri italiani non c’è solo Ustica, ma anche la scomparsa del cinema italiano.
Si tratta quindi di un giallo con tanto di detective ed indagini, alla fine del film tutto sarà chiaro: sapremo chi ha ucciso in trent’anni la nostra industria più fiorente e perché. E verremo anche a sapere che, purtroppo l’assassino non ha agito da solo, ma con la complicità di politici, produttori e registi.
Il film, finanziato dall’Istituto Luce durante l’ultimo governo Prodi, ha rischiato di non essere distribuito nelle sale italiane per il rifiuto del regista di eliminare la parte in cui un agguerrito Federico Fellini dedica gli ultimi anni della sua vita alle carte bollate in una causa, poi persa, contro Berlusconi, allora solo proprietario delle reti Mediaset, per aver permesso l’interruzione dei film con gli spot pubblicitari. Fortunatamente il film è stato presentato nella Sezione “Giornate degli Autori” dell’ultimo Festival del Cinema di Venezia e ha potuto trovare così una sua distribuzione.
Uscito nelle sale cinematografiche il 26 ottobre è arrivato sullo schermo del Cinema Margherita di Cupramarittima grazie all’incessante lavoro di ricerca del Centro Culturale “J.Maritain”.
Il giovane regista Valerio Jalongo, che nella scena iniziale del film si presenta: “faccio l’insegnante e il cineasta intermittente”, ha trascorso un’intera giornata a Cupramarittima per incontrare gli studenti e il pubblico.
Nel film lei punta l’indice contro il sistema Auditel: come ha influito sulla scomparsa del cinema?
I programmi televisivi non sono decisi in base al loro valore culturale e alla loro qualità, ma solo in base ad una forma di rilevamento di dati che non ha nulla a che fare con la statistica e, ancora più grave, il sistema non è trasparente, cioè se ad esempio un’università volesse avere i dati per una ricerca non verrebbero concessi perché privati.
La dittatura dell’Auditel comporta che addirittura i telegiornali sono strutturati in base solo al gradimento del misterioso pubblico Auditel e che molti programmi di qualità vengono soppressi solo perché non rientrano nei dati.
Tutto questo ha portato ad un impoverimento dei programmi e di conseguenza del pubblico che non ha più strumenti per guardare un programma di qualità e di conseguenza si è allontanato anche dal cinema di qualità.
La produzione di bellezza e cultura, fin dall’antica Grecia è stata sempre centrale nella cultura occidentale e fondamentale per la crescita e il mantenimento della democrazia. Oggi questa tradizione si è spenta e rischia di spegnersi anche la democrazia e la libertà.
Perché ha scelto il linguaggio del documentario?
Più che documentario, lo definirei un docu-dramma. In tutto il mondo è diventato un genere importante nel cinema. Fino a qualche anno fa era un genere televisivo, ma oggi che la televisione non racconta più la verità è diventato un modo per raccontarla al cinema.
E’ stato censurato?
L’Istituto Luce, che ha cominciato a produrre il film durante l’ultimo governo Prodi non si era pronunciato, ma il film è stato concluso durante questo governo e mi hanno chiesto di togliere alcuni parti. Ho rifiutato perchè sarebbe stato svilire il racconto. Naturalmente il film non è stato distribuito dai grandi gruppi e oggi se non hai visibilità rimani chiuso in una nicchia.
Quali scene dovevano essere tolte?
Quella di Dino De Laurentiis che afferma, per la prima volta, che gli americani si comprarono la morte del cinema italiano sottobanco, con la legge del socialista Corona che impose la italianità di attori, produttori e lingua dei nostri film, rendendoli di fatto non esportabili. Quella del maestro Fellini, che dedicò gli ultimi anni (e tante carte bollate) a combattere Berlusconi e la sua TV commerciale, e che dirà in tutte le salse che è lui il grande assassino del mercato del cinema. Quel Berlusconi che, oltre a concentrare il mercato dei diritti tra la sua Medusa e la Rai, spinse per il taglio dei film con le pubblicità e, grazie all’irrealtà dei suoi palinsesti, forgiò poi quella generazione di ragazzine che sognano di diventare veline e fanno la fila, sotto il sole e sotto la pioggia, per fare il pubblico di Amici di Maria de Filippi. Queste ragazze, intervistate, non solo non vanno al cinema (semmai scaricano pirata) ma non sanno neanche chi sia Federico Fellini.
Il film risulta poco omogeneo, le splendide immagini dei grandi film italiani stridono rispetto a scene piene di rumori e, apparentemente, poco curate.
Volevo, con questo film, creare un racconto che fosse a sua volta cinema. La struttura del film, girato con diversi supporti, dal 16mm, all’HD fino al telefonino, è volutamente sbilenca, disorganica, lascia molto spazio allo spettatore che deve fare un lavoro, un percorso per ricostruirne il senso. È questo a selezionare il tipo di pubblico, più che il genere o l’argomento, perché io ho inteso fare un film per tutti. E, come dice Wender in un’intervista, meno soldi hai, più cose puoi raccontare.
Che fine ha fatto il cinema italiano?
Il cinema italiano c’è ancora ma vive sommerso tra grandi nomi a riposo e pochi eroi che cercano di sopravvivere a fatica. Il risultato è quello che emerge dalle numerose interviste con registi costretti a ricomprare metri di girato per poter finire il film dopo il fallimento del produttore, oppure parcheggiati per anni in attesa dei finanziamenti, mentre l’entusiasmo inevitabilmente si trasforma in esasperazione. Tra gli intervistati ci sono veterani come Liliana Cavani, Vittorio De Seta, Peter Del Monte, ma anche i giovani registi dei collettivi Ring e Centautori.
In mezzo a tanta desolazione emergono figure quasi eroiche, come l’intrepido gestore dello storico cinema Mexico di Milano che ha tenuto in programmazione per mesi “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti, o l’anziano proiezionista ambulante calabrese, o ancora il collezionista lucano che negli anni ha raccolto in un vecchio fienile migliaia di preziose pellicole.
Inoltre nelle ultime finanziare ci sono i tagli ai già scarsi finanziamenti che colpiscono tutti i settori della produzione culturale. E dopo le recenti esternazioni del Ministro Brunetta in quel di Gubbio, sperare in tempi migliori appare una lontana utopia.
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