Francesco Colella e Angelo Maria Ricci a Grottammare

Sabato 29 maggio 2010, presso la galleria Opus, si inaugura la mostra dei due artisti grottammaresi. 

Francesco Colella
Francesco Colella in studio

Le motivazioni di una scelta tematica nell’arte hanno sempre valore esorcizzante: razionali o inconsce che siano. Mirano cioè a ricomporre in una dimensione acronica il transeunte, assegnandogli una forte valenza emozionale che ne attualizzi anche i segni più obsoleti.

Parlare oggi, nel pieno trionfo dei sistemi digitali per la navigazione (radar, ecoscandaglio, bussola elettronica, LORAN-C , GPS, ecc.), dei fari e chiamarli angeli del mare, ha una sapore di scandalo ed insieme di riscoperta conservativa, che ha il fascino di un viaggio onirico dove assommi, ripercorrendoli: i primitivi fuochi sulle alture costiere, il Colosso di Rodi, il Ψάρος (Faro, da cui il termine comunemente usato) di Alessandria, le torri romane che cingevano il Mediterraneo sino al Canale della Manica, le medioevali torri dei monasteri eremitici delle coste inglesi e francesi, quelli costruiti sulle coste italiane dalle repubbliche marinare, sino al secolo della farologia: il XIX.

Le recenti evoluzioni tecnologiche, che puntano soprattutto all’efficacia del segnale luminoso (portata luminosa), alla “caratteristica” (sequenza temporale di luci ed eclissi e il loro colore) che li renda distinguibili ed alla autonomia gestionale ha permesso ai vecchi fari di essere ancora operativi. Ma di nuovi non ne vengono più costruiti, almeno nella tipologia di quelli che accampano nella nostra memoria. Restano allora i segni della storia, evocati o ancora visibili, a parlarci dell’avventura umana, della navigazione prima sottocosta e diurna poi notturna e in mare aperto che ha esatto un punto sicuro di riferimento, della vita spesso grama ed isolata dei loro guardiani, costretti in spazi talvolta minimali, divenuti simbolo dell’abnegazione tout-court.

Comunque, al di fuori di ogni fuorviante interpretazione, dobbiamo dire che essi rappresentano il trionfo dell’homo oeconomicus, della sua razionalità tesa al profitto individuale. Lo scarto interpretativo che li vuole angeli salvifici, giganti dalle braccia tese verso i natanti in difficoltà, lanterne accese dentro il buio delle tempeste, segnali di speranza per i naufraghi accampa in un indugio poetico che attiva quella dimensione plusvaloriale tendente all’espansione semantica.

Francesco Colella e Angelo Maria Ricci di questo ci parlano nei loro personali linguaggi interpretativi: ci raccontano delle storie in cui significato e significante non operano nel senso di una reductio ad unum, del segno unificato al concetto, ma di una crasi tra i due elementi costitutivi. L’intelligibile travalica nell’inintelligibile. La storia esce dalla dimensione cronachistica per tendere ad una misura interiore, e il segno ne diviene palpito cognitivo. Seguire i loro percorsi contenuti nella linearità dello spazio significa non procedere ad una catalogazione contigua, ma rimanere coinvolti nei singoli misteri, in quegli eventi arcani cioè che sono dislocati per le singole stazioni: è una via maris scandita da una emozionalità ora forte e vibrata (Colella), ora sublimata e ritmica (Ricci). In ogni caso da percorrere con la dovuta partecipazione e passione per non rischiarne il fraintendimento. Ci accorgiamo così che la storia ricomincia ad ogni lettura che ne facciamo, apre percorsi sempre nuovi e ci sollecita in un progress cognitivo illimitato.

 

Giarmando Dimarti

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