16 giugno 1904 – 16 giugno 2010: un omaggio

La giornata di Leopold Bloom: tutte le giornate del mondo.

James Joyce
James-Joyce
“e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada e oh quel pauroso torrente laggiù in fondo oh e il mare il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell’Alameda sì e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i gerani e i cactus e Gibilterra da ragazza dov’ero un fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco e io pensavo beh lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì e allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio Sì.”

Questa è la grande poesia di James Joyce; il finale dell’Ulisse. Scritto in tre città (Trieste, Zurigo, Parigi) fra il 1914 e il 1921, rappresenta l’estremo sforzo titanico e geniale di tenere unito un mondo, il mondo. Di dargli disperatamente un senso. Di presentare romanticamente l’esploso dell’universo in un unico disegno verbale. In seguito, le letteratura si confronterà solo ed esclusivamente con il vuoto, per far fronte all’angoscia che tutto riempie.

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