Di Bonaventura rilegge Edipo: la tragedia delle scelte assolute
Scritto da Alceo Lucidi il 17 giugno 2010
Una rilettura del classico di Sofocle da parte dell’attore e regista Vincenzo Di Bonaventura.
Nell’impostazione data al dramma di Soflocle, Edipo Re, Di Bonaventura vede la manifestazione di sentimenti assoluti, quali l’ira, il risentimento, l’angoscia, che investono completamente i personaggi principali tanto da renderli figure passive ed impotenti di fronte al travolgente sopravanzare del loro Destino. Sulla scia della posizione critica espressa dal francese Girard, a predominare è un’indifferenziazione annichilente degli uomini confrontati alle oscure forze della Storia, agenti ben al di sopra delle singole volontà soggettive di autodeterminazione.
Da qui anche la fragilità dell’esperienza umana, che può passare, nel giro di breve tempo, come nel caso di Edipo, dal massimo grado di notorietà e di carisma (indiscusso re di Tebe, amato dai suoi concittadini dopo avere liberato la città dall’anatema di un’indovina e per aver lottato insieme a loro contro la Peste) alla condizione più turpe ed abbrutente (la scoperta del legame incestuoso con la madre e l’assassinio del padre).
Tema principale dell’opera è allora il rapporto tra predestinazione e libertà, imperscrutabili decisioni divine e cogente responsabilità individuale, morale pubblica e comportamenti soggettivi. Nella vicenda inestricabile di Edipo è impresso il dramma stesso dell’uomo alle prese con la ricerca del proprio significato esistenziale e della propria Verità. Una Verità che Edipo vuole sapere ad ogni costo pur avendola desunta, fino a farsene completamente travolgere. A dispetto dei miti ancestrali o del Caso avverso, di personaggi che tentano di dissuaderlo nella precipitazione della sua indagine, i quali sanno o hanno intuito la Verità stessa (Tiresia, Giocasta, il servo Laio), Edipo decide di andare avanti, di scendere fino al fondo delle sue origini e delle sue azioni più abiette, di scontare sino all’ultimo la condizione di condanna e dannazione connaturata al suo passato, senza reticenze e senza coprire i suo misfatti sotto una coltre di timorosi silenzi. In questa corsa impazzita e senza tregua verso la dismisura, come recita il coro, e l’aberrazione emerge il nodo cruciale della narrazione/azione drammatica di Di Bonaventura e il centro della tragedia. La disperazione, ossia, del conoscere ciò che è già di per sé conosciuto e che non ha altro sbocco se non la negazione del proprio essere, l’esilio, la punizione.
Messo di fronte alla propria fatale identità, Edipo non è altri se non un reietto, un apolide un usurpatore del potere senza più alcuna autorevolezza e rispettabilità sul suo amato popolo. La sua figura è svuotata di ogni rappresentanza, priva di ogni attribuzione nella società in cui vive. La cecità di Edipo e il suicidio di Giocasta costituiscono il culmine di un andamento degenerativo di eventi, di cui condividiamo tutto lo spaventoso intreccio sino all’intasamento nell’orrendo epilogo.
La tecnica presentata da Di Bonaventura è quella testimoniale tratta dal teatro di Brecht, in cui attraverso l’ausilio della maschera, per il tramite di un medium neutrale, si presenta e si prepara la vicenda. Tale prezioso accorgimento permette non solo alla rappresentazione di avere un piglio più sostenuto, di introdurre un punto di vista diverso sui fatti, mettendo al centro della scena personaggi secondari in grado di animare e colorire il tessuto dialogico, attraverso anche il sapiente uso e la sovrabbondante mescolanza di parlate, ma di svestire il testo di un suo paludamento accademico e dei vari luoghi comuni o topoi teatrali che lo abitano. Nelle mani di Di Bonventura i caratteri vengono riplasmati, il loro spessore e la loro collocazione riconsiderate. Tiresia non è più allora l’indovino aurelato di mito o di statura divina che ci si aspetterebbe di vedere, con un’impostazione vaticinante, ma una sorta di sciamano montanaro che rifugge dal contatto con il protagonista nel suo tentativo vano di dissuaderlo di esporsi alla stessa crudeltà della sua condizione. Non Edipo l’eroe beffato e sconfitto, di drammatica, impenetrabile essenza, chiuso nel suo insuperabile dolore, ma un antieroico prometeo attraversato ed innervato da angoscia, rabbia, stupore. E cosi in questo corto circuito di sentimenti accesi dal Caso la tragedia si paralizza.
Con pochi soldi abbiamo assistito ad un vero capolavoro di sapienza scenica a cui Vincenzo ci ha da tempo abituato, con la sua consueta naturalezza artistica e caparbietà professionale che avvicinano il suo allo statuto dell’attore-tipo, di shakespeariana memoria, destinato a vivere le contraddizioni del suo ruolo, a metà tra le luci della ribalta nel calore del pubblico e la bruciante solitudine di chi non necessariamente arride al potere, come Edipo.
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