Ci sono persone che spariscono senza lasciare tracce. Sono dette “Evaporati nel nulla”
Scritto da Adrián N. Bravi il 1 dicembre 2009
Osservazioni sugli “evaporati” (prima parte)
Penso spesso alla storia degli evaporati, quelle persone che per una ragione o l’altra, o anche senza ragione, come Wakerfild, per esempio, lasciano tutto, famiglia, paese, anche il proprio nome e il proprio passato, per rifarsi un’altra vita da capo. Sono specie di fantasmi che vivono nell’ombra, tra gli intertizi della società; possono passarti accanto senza che tu te ne accorga; non hanno più storia o se ce l’hanno fanno il possibile per cancellarla. In Giappone gli evaporati sono chiamati “johatsu”, che vuol dire evaporare, sfumare nel nulla. Nel numero 816 della rivista Internazionale c’è un articolo sui “johatsu” che si chiama Evaporati nel nulla.
Si raccontano le storie di diversi evaporati, tra cui quella di Kazufumi Kuni (una sorta di eroe della fuga), il quale un giorno esce dal lavoro e non torna più a casa, scompare per sempre tra la massa della società. Dopo anni però conserva ancora la sua vecchia carta d’identità, con un nome che non esiste più, un nome al quale non corrisponde più un passato. Nell’articolo si dice che Kazufumi Kuni (questo è il suo nome di oggi) aveva portato la ditta presso la quale lavorava sull’orlo del fallimento. All’inizio, per cominciare l’evaporazione, aveva vissuto da un amico, poi si era lasciato tutto il suo mondo alle spalle. Aveva fatto diversi lavori, muratore, magazziniere, lavapiatti, fino a quando aveva deciso di aprire un’agenzia tuttofare, tra cui raccattare animali morti per la strada. Offriva, per spirito di solidarietà, anche servizi di trasloco notturno alle persone che volevano evaporare senza dare nell’occhio.
Allora lui arrivava col suo camioncino e, nel giro di poche ore, aiutava il futuro evaporato a cancellare ogni traccia di sé, per evitare che i creditori o la stessa mafia giapponese potessero perseguitarlo. Gli evaporati non sono condannati in Giappone, spesso vengono tutelati dalla legge. Perdono ogni diritto, ma se uno vuole smarrire la propria identità lo può fare, e i creditori, o chi per loro, non possono legalmente perseguitarli. C’è un sacco di gente che sparisce e altrettanti che aspettano da vent’anni il padre o il marito, oppure un amico. Accade spesso in Giappone ed è un fatto contemplato nella società.
La storia dei “johatsu” sarebbe piaciuta da Hawthorne, che s’interessava di queste cose. Infatti, la vicenda di Wakerfild, racconta lo stesso Hawthorne, l’aveva trovata su un giornale, o aveva simulato di trovarla su un giornale, e come tutti sanno si tratta di un signore inglese che “con la scusa d’intraprendere un viaggio, affittò una stanza nella strada accanto alla propria dimora, e all’insaputa della moglie e degli amici, e senza alcuna ragionevole spiegazione per il suo volontario esilio, vi andò ad abitare per vent’anni”. Lei si era “rassegnata alla sua autunnale vedovanza” (ricordava sempre, quando era più vedova che moglie, l’ultimo sorriso del marito prima di chiudere la porta), si era abituata alla tristezza, e non aveva intenzione di sostituire quel sentimento.
Aveva vissuto la perdita del marito in silenzio. Durante tutti quegli anni Wakerfiel osserva la propria casa, spia la moglie dalla finestra. Non era proprio un “johatsu”, ma un uomo che un giorno decide di sparire per vedere come appare il luogo familiare senza di lui. Non sappiamo bene cosa abbia fatto durante tutti quegli anni, oltre ad aggirarsi come un voyeur nelle vicinanze. Forse è questo il dato più enigmatico del racconto.
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