La nuova poesia nelle Marche (3): Evelina De Signoribus
Scritto da Manuel Cohen il 18 giugno 2010
Evelina De Signoribus, Pronuncia d’inverno, nota di Enrico Capodaglio, Canalini e Santoni, Ancona 2009.
L’inverno in poesia, come stagione o luogo, come motivo o paesaggio, è un dato che nella sua rilevanza rischia di apparire quasi ovvio. Relativamente al Novecento, ci viene in soccorso il saggio di Roberto Galaverni, Dopo la poesia (2002) che tentandone pure l’excursus, da Ungaretti a Quasimodo, da Montale a Sereni, fino al Bertolucci del Viaggio d’inverno, afferma la ‘centralità’ dell’inverno come visione ed esperienza dei contemporanei. Nei titoli di varie opere del Secondo Novecento, l’inverno finisce per incarnare la percezione, di pensiero e di ontologia – la diremmo propriamente una Stimmung – di solitudine siderale, di incomunicabilità e silenzio: in sostanza, il sentire di un’epoca.
Approssimandoci ulteriormente all’oggi, l’inverno quale stagione o paesaggio-stagione trova ulteriore riscontro in tutt’intera la generazione nata negli anni ‘Cinquanta e negli immediati dintorni, che ne risulta irredimibilmente marcata: Remo Pagnanelli, Atelier d’inverno (1985); Gianni D’Elia, Febbraio (1985) titolo raggelato e metonimicamente invernale; Fabio Pusterla, Concessione all’inverno (1987); Francesco Scarabicchi, Il viale d’inverno (1989); Antonella Anedda, Residenze invernali (1992); Ferruccio Benzoni, Sguardo dalla finestra d’inverno (uscito postumo nel 1998), a cui si aggiungono almeno due percorsi antologici ‘a tema’: Una strana polvere (1994), di Paolo Lagazzi e Stefano Lecchini (‘Canto di carne – o di erba, di legno, di fiamma, di aria, di acqua – di ghiaccio’); e Oltre il mare ghiacciato (1996), a cura di Luciana Notari, il cui titolo allude sinonimicamente all’inverno: della comunicazione, dei rapporti, della vita sociale. Anche questo, tra i molti fili di coordinate che intramano e ne amplificano il senso, ritorna a corredare il DNA del primo libro di versi di Evelina De Signoribus, Pronuncia d’inverno. La giovane autrice, nata a Cupramarittima nel 1978, che ha al suo attivo un libro di prose, La capitale straniera (2008), giunge a questo esordio dopo il necessario apprentissage segnalato e anticipato da buone uscite su rivista: «Nuovi Argomenti», «Il Caffè illustrato», «L’immaginazione».
Ma prima di avventurarmi nel testo, mi concedo a una ulteriore citazione, probabilmente anche la più calzante. Un quarto di secolo dopo la sua scomparsa prematura, appare ora in tutta la sua evidenza, di ‘gettatezza’ (Heidegger) e di portato, come l’onda lunga della poesia di Remo Pagnanelli (1955-1987) sia finalmente arrivata, trovando conferma e continuità d’ascolto – a vario grado e con esiti personali – nelle giovani voci di Andrea Gibellini, Massimo Gezzi, Renata Morresi, Franca Mancinelli e, non ultima, Evelina De Signoribus. Nel saggio Paesaggio invernale (o quasi), (ora in Studi critici, 1991) Pagnanelli scrive: “la poesia stava e sta attraversando una stagione invernale, un vero e proprio inverno-inferno, che poi, debordando dai limiti estetici, ci compete e compenetra tutti. Credevo che, per omologia o parallelismo, alla discesa del rigore invernale si appaiasse quello stile testamentario, refertuale, che si riscontra, per opposte ragioni, da Montale a Sanguineti, la fascinazione di una poesia-prosa prossima al grado zero, ridotta, non senza una grandiosità, al rivolo musicale, al balbettio e al silenzio. Ora scorgo anche l’altra faccia della medaglia, l’altro versante di una scrittura dalla qualità semantica altissima”.
Le acute riflessioni del poeta-critico, ben si addicono – per omologia o parallelismo – agli scenari di dispersione, di inanità e inazione, di solitudine e insignificanza, frequentati dalla nuova parola agonica di Evelina De Signoribus, che parte, osserva, vigila e registra, la percezione del mondo intorno a sé. Una parola in cui un io, all’apparenza minimo, straniato e residuale, persa ogni ‘prospettiva’(64), si espone e incede tra ‘sommessi segnali di voci’(p.27), e una ‘microscopica vista’ (p.27): ormai invalsa ogni appartenenza da una condizione di continuo esproprio in cui ‘la definizione dell’identità non è più garantita in alcun modo’ (Galaverni).
L’orizzonte abitato, di deserto comunicativo, di silenzio, è un orizzonte di estraneità, di contemporanea e ‘innaturale’ Terra desolata : ‘Accade che su questa landa mi senta straniera’ (p.70); ‘Entriamo tutti in un’ombrosa tettoia/ accolti in una terra di nessuno’ (p.26), percorrendo passi ‘come su una terra instabile’ (27), dove l’attitudine umana è al cedimento, alla rinuncia, alla passiva accettazione: ‘il costante cedimento del mio braccio’ (48); ‘Anna, ciondolando, si assopiva/ al malessere universale’ (51); ‘era cessata anche l’impronta naturale del calore della terra’ (p.64); ‘Mi accorgo che tutto quello che viene detto è irrilevante/ e senza eco’ (p.45); ‘mi accorgo che qualcosa manca’ (p.46); ‘Il tutto è indifferente’ (p.46); ‘Mi accorgo di essere la parte di un tutto/ che non decolla’ (p.35). A tal punto che potremmo portare avanti l’analogia con Il disperso (1976), libro anch’esso d’esordio, di Maurizio Cucchi, un parallelismo d’ atmosfera, più che di temi o luoghi, per stigmi di spaesamento e deterritorializzazione, semantici, figurali, culturali, interpersonali e morali.
Pronuncia d’inverno, è una allegoresi del viaggio. Nella atmosfera irrelata o in attesa, nella vicissitudine sospesa di innegabile allusività analogica, di un ‘panorama uniforme’(p.29), contrassegnata da ‘un nero immoderato’ (p.31), in un ‘tempo rarefatto’ (p.31), l’ncalzare della stagione e il venire fuori della sua pronuncia , cioè il suo articolarsi nei suoni e nei segni della lingua, e la sua modalità di proferirla, sono affidati ad un verso sapientemente modulato sulle note di un basso-continuo, una consapevole medietà risultante dalle scelte lessicali della De Signoribus, rispondenti a precise aree semantiche; una medietà vieppiù articolantesi in versi distesi atti a registrare la naturalezza del respiro e, segnatamente, a una lingua ad alto tasso di comunicazione, molto prossima a uno sconfinamento con la prosa , o con la ‘prosa metrica’ a cui accenna nella sua raffinata prefazione Enrico Capodaglio. Quella adottata da Evelina De Signoribus sembra dunque una lingua comunicativa, dalle fioriture colloquiali, a volte di parlato, come in certi incipit: ‘È tanto che non mi fermo e ora che lo faccio’ (p.33), ‘Chiudo la porta, accendo la luce e vedo di fronte’ (p.35), ‘Fanno le cinque del mattino gli uomini che non dormono’ (p.37); o nell’uso insistito e confidenziale quasi, di confessione e understatement, di: ‘mi sembra’, ‘mi accorgo’, ‘penso’, ‘è difficile spiegare’, ‘guardo’, ‘credo di osservare’, ‘mi illudo di ricordare’, ‘cerco di ripartire’.
Eppure, a queste scelte, anche prosodico-ritmiche, tendenti alla prosa, sembra agonicamente opporsi un frequente ricorso all’anteposizione dell’aggettivo, alla maniera aulica o dei classici, qui assurto a vero stilema, ‘scaduta forma’,’vano mestiere’, ‘ansioso entrare’ a denotare contrastivamente la forte endiadi del vivere naturale a contatto con l’innaturale: ‘microscopica vista’, ‘ombrosa tettoia’, ‘sommessi segnali’, ‘mobili segni’,’presunta sede’, con prelievi lessicali che registrano l’uso di sostantivi quali: desolazione, disperso, disagio, disequilibrio, disamore, paura, sgomento, orrore; o le molto pregnanti locuzioni: ‘sottospecie umana’, ‘malessere universale’. Il viaggio attraverso la ‘sottospecie’ umana, ma anche, luzianamente, sotto specie umana, è un incedere con sensibilità affidata quasi esclusivamente a un orizzonte di riferimento al femminile rintracciabile in quell’elemento di purità, di un ‘grembo immacolato’, o nella tensione alla maternità da opporre a quanto di ‘immaterno’ è nel mondo: l’io poetico in primis, ma anche la registrazione di voci altre, Anna, Elsa, Emma: a cui è affidata la pronuncia, e l’affronto, della voce: anche a questo, le parole di Pagnanelli: ‘l’altra faccia della medaglia…l’altro versante di una scrittura…’, mi conducono.
Da quell’universo femminile attraversato da Evelina, vengono la intima razionalità continuamente riaffermata nel testo, e pure una sua visione di pronuncia, sibillina, allucinata, di lingua agonica, dall’evidente portato oracolare e profetico, di annuncio, di presagio, di precognizione: ‘Annettere luoghi ormai disabitati/ scommettere su pochi presagi’(p.65), che non rinuncia al più rilevante elemento gnomico-valutativo, di lettura del presente e della Storia: ‘il vano mestiere di resistere’(p.37), ‘la beffa del vivere occidentale’(p.31), ‘l’innaturale maniera di sopravvivere’(p.33). Presente e Storia, qui nella profonda accezione destinale, di Geschichtlich.
Con Pronuncia d’inverno, Evelina De Signoribus, porta il suo già certo e pregnante contributo alla edificazione di una nuova stagione della poesia italiana, ponendo altresì alcune questioni di fondo, e per questo ineludibili.
La sua pronuncia, sembra oltremodo inverare quanto Ingeborg Bachmann ebbe ad affermare: ‘Una nuova lingua deve avere un nuovo modo di incedere. Il che può accadere solo se un nuovo spirito la abita.’ (Letteratura come utopia, Adelphi, Milano 1993). (manuel cohen).
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