Ancora su coloro che spariscono senza finire su “chi l’ha visto?”

Osservazioni sugli evaporati (seconda e ultima parte)

C’è un’altra storia simile, quella raccontata in L’anno della lepre di Paasilinna, che mi viene sempre in mente quando mi ricordo del racconto di Hawthorne, ed è la storia di Vatanen, giornalista a Helsinki. Una sera tornando a casa in macchina con un amico fotografo, con il quale aveva finito di discutere per decidere se era meglio rientrare a Helsinki o passare la notte a Heinola, investono una lepre sulla strada. Vatanen scende, cerca la lepre nel bosco e la trova con una zampa rotta che penzola. La prende in braccio, spezza un ramo e gliela fascia con un fazzoletto.

L’amico scende dalla macchina e lo chiama ripetutamente dalla strada: “Vieni, dài! Non arriveremo mai a Helsinki, se ti metti a vagabondare per la foresta! Ti arrangerai a tornartene da solo, se non ti spicci a venire”, ma Vatanen, sordo a ogni richiamo, sparisce nel bosco e non torna più indietro. Da lì in poi cominciano le sue avventure. A differenza che in Wakerfild, in L’anno della lepre sappiamo tutto quello che Vatanen fa durante l’evasione, e quanto deve lottare per difendersi da una società che non ammette le fughe; eppure nell’uno e nell’altro caso nulla sappiamo del perché, a un certo punto, il marito e il giornalista decidono di lasciarsi tutto alle spalle (probabilmente neanche loro lo sapevano prima di compiere il gesto).

Forse il personaggio letterario che più riesco a pensare come un “johatsu” giapponese è Brooksmith di Henry James, quel personaggio che vede sulla propria pelle il declino di una società che ha perso ogni sorta d’immaginazione: “il grande fatto romanzesco era l’evasione di Brooksmith dal suo destino,” ci racconta il narratore che lo ha seguito in tutte le sue vicende. “Una sera era uscito come al solito per andare a servire, col bianco panciotto che la zia gli aveva confezionato con le sue mani, diretto a un grande party vicino a Kensington. Ma non era mai tornato a casa e non era mai arrivato al grande party, né a qualsiasi altro party che si sia potuto scoprire. Di lui non era venuta alla luce nessuna traccia: nessun barlume del bianco panciotto era emerso dalle tenebre della sua sorte”.

Nessuno di questi personaggi che abbiamo visto parte con l’intenzione di rifarsi una vita. Non credono neanche che vivere una sola vita sia poca cosa, anzi, pensano che sia impossibile viverla tutta. Piuttosto sono spinti dalla volontà di lasciarsi il passato alle spalle, abbandonare tutto e partire, senza sapere dove. Cancellarsi e vivere una vita minore, nascosta. Scrive Gianni Celati nell’introduzione alle Storie di solitari americani: “La società è presentata come un sistema di relazioni dove tutto sta insieme entro certi margini fissati dalla reciprocità dei comportamenti; ma appena fuori da quei margini l’individuo diventa un’entità astratta e derisoria, «un atomo di mortalità»”. È in questa sottrazione, in questa zona grigia nella quale si confondono per essere nessuno, che la vita di questi personaggi diventa unica e insignificante allo stesso tempo. Una vita che si compie nei margini della società, tra assenze e nascondimenti, perché, appunto, solo abbandonando il proprio mondo e mettendosi a nudo di fronte alla società si riesce a cogliere la pienezza delle cose.

Un commento

  • Manuel scrive:

    Mah, un finale un po’ da parrocchia, capisco l’autobiografismo di sottofondo, ma l’elogio della fuga è l’ultima cosa da fare in Italia, teniamolo buono solo per il Sudamerica!

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